domenica 24 agosto 2008

Secondo giorno - Prima

Dove Bencio da Upsala confida alcune cose, altre ne confida
Berengario da Arundel e Adso apprende cosa sia la vera penitenza





Lo sciagurato incidente aveva sconvolto la vita della comunità. Il trambusto dovuto al ritrovamento del cadavere aveva interrotto l'ufficio sacro. L'Abate aveva subito risospinto i monaci nel coro, a pregare per l'anima del loro confratello.
Le voci dei monaci erano rotte. Ci ponemmo in una situazione adatta per studiare la loro fisionomia quando, secondo la liturgia, il cappuccio non era abbassato. Vedemmo subito il volto di Berengario. Pallido, contratto, lucido di sudore. Il giorno precedente avevamo udito due mormorazioni sul suo conto, come di persona che avesse a che fare in modo particolare con Adelmo; e non era il fatto che i due, coetanei, fossero amici, ma il tono elusivo di coloro che avevano alluso a questa amicizia.
Notammo accanto a lui Malachia. Scuro, accigliato, impenetrabile. Accanto a Malachia, altrettanto impenetrabile il volto del cieco Jorge. Rilevammo invece i movimenti nervosi di Bencio da Upsala, lo studioso di retorica conosciuto il giorno innanzi nello scriptorium, e sorprendemmo un rapido sguardo che costui stava lanciando in direzione di Malachia. “Bencio è nervoso, Berengario è spaventato,” osservò Guglielmo. “Occorrerà interrogarli subito.”
“Perché?” chiesi ingenuamente.
“Il nostro è un duro mestiere,” disse Guglielmo. “Duro mestiere quello dell'inquisitore, bisogna battere sui più deboli e nel momento della loro maggiore debolezza.”
Infatti, appena finito l'ufficio, raggiungemmo Bencio che si stava dirigendo alla biblioteca. Il giovane sembrò contrariato di sentirsi chiamare da Guglielmo, e accampò qualche debole pretesto di lavoro. Pareva aver fretta di recarsi allo scriptorium. Ma il mio maestro gli ricordò che stava svolgendo un'indagine per mandato dell'Abate, e lo condusse nel chiostro. Ci sedemmo sul parapetto interno, tra due colonne. Bencio attendeva che Guglielmo parlasse, guardando a tratti verso l'Edificio.
“Allora,” domandò Guglielmo, “cosa si disse quel giorno che foste a discutere dei marginalia di Adelmo, tu, Berengario, Venanzio, Malachia e Jorge?”
“Lo avete udito ieri. Jorge osservava che non è lecito ornare di immagini ridicole i libri che contengono la verità. E Venanzio osservò che lo stesso Aristotele aveva parlato delle arguzie e dei giochi di parole, come strumenti per scoprire meglio la verità, e che pertanto il riso non doveva essere cosa cattiva se poteva farsi veicolo di verità. Jorge osservò che, per quanto ricordava, Aristotele aveva parlato di queste cose nel libro della Poetica e a proposito delle metafore. Che già si trattava di due circostanze inquietanti, primo perché il libro della Poetica, rimasto ignoto al mondo cristiano per tanto tempo e forse per decreto divino, ci è arrivato attraverso i mori infedeli...”
“Ma è stato tradotto in latino da un amico dell'angelico dottore d'Aquino,” osservò Guglielmo.
“E' quanto gli dissi io,” fece Bencio subito rinfrancato. “Io leggo male il greco e ho potuto avvicinare quel gran libro proprio attraverso la traduzione di Guglielmo di Moerbeke. Ecco, è quanto gli dissi io. Ma Jorge aggiunse che il secondo motivo di inquietudine è che ivi lo stagirita parlasse della poesia, che è infima doctrina e che vive di figmenta. E Venanzio disse che anche i salmi sono opera di poesia e usano metafore e Jorge si adirò perché disse che i salmi sono opera di ispirazione divina e usano metafore per trasmettere la verità mentre le opere dei poeti pagani usano metafore per trasmettere la menzogna e a fini di mero diletto, cosa che molto mi offese...”
“Perché?”
“Perché io mi occupo di retorica, e leggo molti poeti pagani e so... o meglio credo che attraverso la loro parola si siano trasmesse anche verità naturaliter cristiane... Insomma, a quel punto, se ricordo bene, Venanzio parlò di altri libri e Jorge si arrabbiò molto.”
“Quali libri?”
Bencio esitò: “Non ricordo. Cosa importa di quali libri si sia parlato?”
“Importa molto, perché qui stiamo cercando di capire cosa sia avvenuto tra uomini che vivono tra i libri, coi libri, dei libri, e dunque anche le loro parole sui libri sono importanti.”
“E' vero,” disse Bencio, sorridendo per la prima volta e quasi illuminandosi in volto. “Noi viviamo per i libri. Dolce missione in questo mondo dominato dal disordine e dalla decadenza. Forse allora capirete cosa è accaduto quel giorno. Venanzio, che sa... che sapeva molto bene il greco, disse che Aristotele aveva dedicato specialmente al riso il secondo libro della Poetica e che se un filosofo di quella grandezza aveva consacrato un intero libro al riso, il riso doveva essere una cosa importante. Jorge disse che molti padri avevano dedicato libri interi al peccato, che è una cosa importante ma cattiva, e Venanzio disse che per quello che lui sapeva Aristotele aveva parlato del riso come cosa buona e strumento di verità, e allora Jorge gli chiese con scherno se per caso lui aveva letto questo libro di Aristotele, e Venanzio disse che nessuno poteva ancora averlo letto, perché non si era mai più trovato e forse era andato perduto. E infatti nessuno ha mai potuto leggere il secondo libro della Poetica, Guglielmo di Moerbeke non lo ebbe mai tra le mani. Allora Jorge disse che se non l'aveva trovato era perché non era stato mai scritto, perché la provvidenza non voleva che fossero glorificate le cose futili. Io volevo calmare gli animi perché Jorge è facile all'ira e Venanzio parlava in modo da provocarlo, e dissi che nella parte della Poetica che conosciamo, e nella Retorica, si trovano molte osservazioni sagge sugli enigmi arguti, e Venanzio fu d'accordo con me. Ora c'era con noi Pacifico da Tivoli, che conosce assai bene i poeti pagani, e disse che quanto a enigmi arguti nessuno supera i poeti africani. Citò anzi l'enigma del pesce, quello di Sinfosio:
Est domus in terris, clara quae voce resultat.
Ipsa domus resonat, tacitus sed non sonat hospes.
Ambo tamen currunt, hospes simul et domus una.
A quel punto Jorge disse che Gesù aveva raccomandato che il nostro parlare fosse sì o no e il di più veniva dal maligno; e che bastava dire pesce per nominare il pesce, senza celarne il concetto sotto suoni menzogneri. E aggiunse che non gli pareva saggio prendere a modello gli africani... E allora...”
“Allora?”
“Allora accadde una cosa che non capii. Berengario si mise a ridere, Jorge lo rimproverò e lui disse che rideva perché gli era venuto in mente che a cercar bene tra gli africani si sarebbero trovati ben altri enigmi, e non facili come quello del pesce. Malachia, che era presente, divenne furibondo, prese Berengario quasi per il cappuccio mandandolo ad accudire alle sue faccende... Berengario, lo sapete, è il suo aiuto...”
“E poi?”
“Poi Jorge pose fine alla discussione allontanandosi. Tutti ce ne andammo per le nostre cose, ma mentre lavoravo vidi che prima Venanzio e poi Adelmo avvicinarono Berengario per chiedergli qualcosa. Vidi da lontano che si schermiva, ma essi durante il giorno tornarono entrambi da lui. E poi quella sera vidi Berengario e Adelmo confabulare nel chiostro, prima di andare in refettorio. Ecco, è tutto quello che so.”
“Sai cioè che le due persone che recentemente sono morte in circostanze misteriose avevano chiesto qualcosa a Berengario,” disse Guglielmo.
Bencio rispose a disagio: “Non ho detto questo! Ho detto quello che è avvenuto quel giorno e come voi mi avete chiesto...” Rifletté un poco, poi aggiunse in fretta: “Ma se volete sapere la mia opinione, Berengario ha parlato loro di qualcosa che sta in biblioteca, ed è là che dovreste cercare.”
“Perché pensi alla biblioteca? Cosa voleva dire Berengario con le parole cercare tra gli africani? Non voleva dire che bisognava leggere meglio i poeti africani?”
“Forse, così pareva, ma allora perché Malachia avrebbe dovuto infuriarsi? In fondo dipende da lui decidere se deve dare in lettura un libro di poeti africani, o no. Ma io so una cosa: chi sfogli il catalogo dei libri, troverà, tra le indicazioni che solo il bibliotecario conosce, una che dice sovente «Africa» e ne ho trovata persino una che diceva «finis Africae». Una volta chiesi un libro che recava quel segno, non ricordo quale, il titolo mi aveva incuriosito; e Malachia mi disse che i libri con quel segno erano andati perduti. Ecco quello che so. Per questo vi dico: è giusto, controllate Berengario, e controllatelo quando sale in biblioteca. Non si sa mai.”
“Non si sa mai,” concluse Guglielmo accomiatandolo. Poi si mise a passeggiare con me nel chiostro e osservò che: anzitutto, ancora una volta, Berengario era fatto segno alle mormorazioni dei suoi confratelli; in secondo luogo Bencio pareva ansioso di spingerci verso la biblioteca. Osservai che forse voleva che noi scoprissimo laggiù cose che anche lui voleva sapere e Guglielmo disse che probabilmente era così, ma che poteva anche darsi che spingendoci verso la biblioteca volesse allontanarci da qualche altro luogo. Quale?, domandai. E Guglielmo disse che non sapeva, magari lo scriptorium, magari la cucina, o il coro, o il dormitorio, o l'ospedale. Osservai che il giorno prima era lui, Guglielmo, a essere affascinato dalla biblioteca ed egli rispose che voleva essere affascinato dalle cose che piacevano a lui e non da quelle che gli altri gli consigliavano. Che però la biblioteca andava tenuta d'occhio, e che a quel punto non sarebbe stato male neppure cercare di penetrarvi in qualche modo. Le circostanze ormai lo autorizzavano a essere curioso ai limiti della cortesia e del rispetto per gli usi e le leggi dell'abbazia.
Ci stavamo allontanando dal chiostro. Servi e novizi stavano uscendo dalla chiesa dopo la messa. E mentre doppiavamo il lato occidentale del tempio scorgemmo Berengario che usciva dal portale del transetto e attraversava il cimitero verso l'Edificio. Guglielmo lo chiamò, quello si arrestò e lo raggiungemmo. Era ancora più sconvolto di quando lo avevamo visto in coro e Guglielmo decise evidentemente di approfittare, come aveva fatto con Bencio, del suo stato d'animo.
“Dunque pare che tu sia stato l'ultimo a vedere Adelmo vivo,” gli disse.
Berengario vacillò come stesse per cadere in deliquio: “Io?” domandò con un filo di voce. Guglielmo aveva buttato la sua domanda quasi a caso, probabilmente perché Bencio gli aveva detto di avere visto i due confabulare nel chiostro dopo vespro. Ma doveva avere colto nel segno e Berengario stava chiaramente pensando a un altro e veramente ultimo incontro, perché cominciò a parlare con voce rotta.
“Come potete dire questo, io l'ho visto prima di andare a riposare come tutti gli altri!”
Allora Guglielmo decise che valeva la pena di non dargli respiro: “No, tu l'hai visto ancora e sai più cose di quanto non voglia far credere. Ma qui sono in gioco ormai due morti e non puoi più tacere. Sai benissimo che vi sono molti modi per far parlare una persona!”
Guglielmo mi aveva detto più volte che, anche da inquisitore, aveva sempre rifuggito dalla tortura, ma Berengario lo fraintese (o Guglielmo voleva farsi fraintendere), in ogni caso il suo gioco risultò efficace.
“Sì, sì,” disse Berengario rompendo in un pianto dirotto, “io ho visto Adelmo quella sera, ma lo vidi già morto!”
“Come?” interrogò Guglielmo, “ai piedi della scarpata?”
“No, no, lo vidi qui nel cimitero, procedeva tra le tombe, larva tra le larve. Lo incontrai e subito mi accorsi che non avevo di fronte a me un vivo, il suo volto era quello di un cadavere, i suoi occhi guardavano già le pene eterne. Naturalmente solo il mattino dopo, apprendendo della sua morte, io capii che ne avevo incontrato il fantasma, ma già in quel momento mi resi conto che stavo avendo una visione e che davanti a me stava un'anima dannata, un lemure... Oh Signore, con quale voce di tomba mi parlò!”
“E che disse?”
“«Sono dannato!» così mi disse. «Tal quale mi vedi hai di fronte a te un reduce dall'inferno e all'inferno bisogna che torni.» Così mi disse. E io gli gridai: «Adelmo, vieni davvero dall'inferno? Come sono le pene dell'inferno?» E tremavo, perché da poco ero uscito dall'ufficio di compieta dove avevo udito leggere pagine tremende sull'ira del Signore. Ed egli mi disse: «Le pene dell'inferno sono infinitamente maggiori di quanto la nostra lingua possa dire. Vedi tu,» disse, «questa cappa di sofismi della quale sono stato vestito sino a oggi? Questa mi grava e pesa come avessi la maggior torre di Parigi o la montagna del mondo in su le spalle e mai la potrò più porre giù. E questa pena m'è stata data dalla divina giustizia per la mia vanagloria, per aver creduto il mio corpo un luogo di delizie, e per l'aver supposto di sapere più degli altri, e per l'essermi dilettato di cose mostruose, che vagheggiate nella mia immaginazione hanno prodotto cose ben più mostruose nell'interno dell'anima mia - e ora con esse dovrò vivere in eterno. Vedi tu? Il fodero di questa cappa è come fosse tutto bracia e fuoco ardente, ed è il fuoco che arde il mio corpo, e questa pena m'è data per il peccato disonesto della carne, della quale mi viziai, e questo fuoco ora senza sosta mi divampa e mi arde! Porgimi la tua mano, mio bel maestro,» mi disse ancora, «affinché il mio incontro ti sia di utile ammaestramento, rendendoti in cambio molti degli ammaestramenti che mi desti, porgimi la tua mano mio bel maestro!» E scosse il dito della sua mano che ardeva, e mi cadde sulla mano una piccola goccia del suo sudore e mi parve che mi forasse la mano, che per molti giorni ne portai il segno, solo che lo nascosi a tutti. Poi scomparve tra le tombe, e il mattino dopo seppi che quel corpo, che mi aveva così atterrito, stava già morto ai piedi della rocca.”
Berengario ansimava, e piangeva. Guglielmo gli domandò: “E come mai ti chiamava suo bel maestro? Avevate la stessa età. Gli avevi forse insegnato qualcosa?”
Berengario nascose il capo tirandosi il cappuccio sul volto, e cadde in ginocchio abbracciando le gambe di Guglielmo: “Non so, non so perché mi chiamasse così, io non gli ho insegnato nulla!” e scoppiò in singhiozzi. “Ho paura, padre, voglio confessarmi da voi, misericordia, un diavolo mi mangia le viscere!”
Guglielmo lo scostò da sé e gli porse la mano per rialzarlo. “No Berengario,” gli disse, “non chiedermi di confessarti. Non chiudere le mie labbra aprendo le tue. Quello che voglio sapere di te me lo dirai in altro modo. E se non me lo dirai lo scoprirò per conto mio. Chiedimi misericordia, se vuoi, non chiedermi il silenzio. Troppi tacciono in questa abbazia. Dimmi piuttosto, come hai visto il suo volto pallido se era notte fonda, come ha potuto bruciarti la mano se era notte di pioggia e di grandine e di nevischio, cosa facevi nel cimitero? Avanti,” e lo scosse con brutalità per le spalle, “dimmi almeno questo!”
Berengario tremava in tutte le sue membra: “Non so cosa facessi nel cimitero, non ricordo. Non so perché ho visto il suo volto, forse avevo una luce, no... lui aveva una luce, portava un lume, forse ho visto il suo volto alla luce della fiamma...”
“Come poteva portare una luce se pioveva e nevicava?”
“Era dopo compieta, subito dopo compieta, non nevicava ancora, ha cominciato dopo... Ricordo che cominciavano a scendere le prime raffiche mentre fuggivo verso il dormitorio. Fuggivo verso il dormitorio, in direzione opposta a quella nella quale andava il fantasma... E poi non so più nulla, vi prego, non interrogatemi più, se non volete confessarmi.”
“Va bene,” disse Guglielmo, “ora vai, vai nel coro, vai a parlare col Signore, visto che non vuoi parlare con gli uomini, o vai a cercarti un monaco che voglia ascoltare la tua confessione, perché se da allora non confessi i tuoi peccati, ti sei avvicinato da sacrilego ai sacramenti. Vai. Ci rivedremo.”
Berengario scomparve di corsa. E Guglielmo si sfregò le mani come lo avevo visto fare in molti altri casi in cui era soddisfatto di qualcosa.
“Bene,” disse, “ora molte cose diventano chiare.”
“Chiare, maestro?” gli domandai, “chiare ora che abbiamo anche il fantasma di Adelmo?”
“Caro Adso,” disse Guglielmo, “quel fantasma mi pare pochissimo fantasma e in ogni caso recitava una pagina che ho già letto su qualche libro a uso dei predicatori. Questi monaci leggono forse troppo, e quando sono eccitati rivivono le visioni che ebbero sui libri. Non so se Adelmo abbia detto davvero quelle cose o se Berengario le abbia udite perché aveva bisogno di udirle. E' un fatto che questa storia conferma una serie di mie supposizioni. Per esempio: Adelmo è morto suicida, e la storia di Berengario ci dice che, prima di morire, girava in preda a una grande eccitazione, e rimorso per qualcosa che aveva commesso. Era eccitato e spaventato per il suo peccato perché qualcuno lo aveva spaventato, e forse gli aveva raccontato proprio l'episodio dell'apparizione infernale che egli ha recitato a Berengario con tanta e allucinata maestria. E passava dal cimitero perché veniva dal coro, dove si era confidato (o confessato) con qualcuno che gli aveva incusso terrore e rimorso. E dal cimitero si avviava, come ci ha fatto comprendere Berengario, in direzione opposta al dormitorio. Verso l'Edificio, dunque, ma anche (è possibile) verso il muro di cinta dietro gli stabbi, da dove ho dedotto debba essersi gettato nel dirupo. E si è gettato prima che sopravvenisse la tempesta, è morto ai piedi del muro, e solo dopo la frana ha portato il suo cadavere tra la torre settentrionale e quella orientale.”
“Ma la goccia di sudore infuocato?”
“Stava già nella storia che lui ha udito e ha ripetuto, o che Berengario si è figurata nella sua eccitazione e nel suo rimorso. Perché vi è, in antistrofe al rimorso di Adelmo, un rimorso di Berengario, lo hai sentito. E se Adelmo veniva dal coro portava forse un cero, e la goccia sulla mano dell'amico era solo una goccia di cera. Ma Berengario si è sentito bruciare molto di più perché Adelmo certamente lo ha chiamato suo maestro. Segno dunque che Adelmo lo rimproverava di avergli appreso qualcosa di cui ora egli si disperava a morte. E Berengario lo sa, egli soffre perché sa di avere spinto Adelmo alla morte facendogli fare qualcosa che non doveva. E non è difficile immaginare cosa, mio povero Adso, dopo quello che abbiamo udito sul nostro aiuto bibliotecario.”
“Credo di aver capito cosa è accaduto tra i due,” dissi vergognandomi della mia sagacia, “ma non crediamo tutti in un Dio di misericordia? Adelmo, dite, si era probabilmente confessato: perché ha cercato di punire il suo primo peccato con un peccato certo più grande ancora, o almeno di pari gravità?”
“Perché qualcuno gli ha detto parole di disperazione. Ho detto che qualche pagina di predicatore dei giorni nostri deve avere suggerito a qualcuno le parole che hanno spaventato Adelmo e con cui Adelmo ha spaventato Berengario. Mai come in questi ultimi anni i predicatori hanno offerto al popolo, per stimolarne la pietà e il terrore (e il fervore, e l'ossequio alla legge umana e divina), parole truculente, sconvolgenti e macabre. Mai come ai nostri giorni, in mezzo a processioni di flagellanti, si sono udite laudi sacre ispirate ai dolori di Cristo e della Vergine, mai come oggi si è insistito nello stimolare la fede dei semplici attraverso l'evocazione dei tormenti infernali.”
“Forse è bisogno di penitenza,” dissi.
“Adso, non ho mai udito tanti richiami alla penitenza quanto oggi, in un periodo in cui ormai né predicatori né vescovi, e neppure i miei confratelli spirituali sono più in grado di promuovere una vera penitenza...”
“Ma la terza età, il papa angelico, il capitolo di Perugia...” dissi smarrito.
“Nostalgie. La grande epoca della penitenza è finita, e per questo può parlare di penitenza anche il capitolo generale dell'ordine. C'è stata, cento, duecento anni fa, una grande ventata di rinnovamento. C'era quando chi ne parlava veniva bruciato, santo o eretico che fosse. Ora ne parlano tutti. In un certo senso ne discute persino il papa. Non fidarti dei rinnovamenti del genere umano quando ne parlano le curie e le corti.”
“Ma fra Dolcino,” osai, curioso di sapere di più su quel nome che avevo sentito pronunciare più volte il giorno innanzi.
“E' morto, e malamente come è vissuto, perché anche lui è venuto troppo tardi. E poi che ne sai tu?”
“Nulla, per questo vi domando...”
“Preferirei non parlarne mai. Ho avuto a che fare con alcuni dei cosiddetti apostoli, e li ho osservati da vicino. Una storia triste. Ti turberebbe. In ogni caso ha turbato me, e ancor più ti turberebbe la mia stessa incapacità di giudicare. E' la storia di un uomo che fece cose dissennate perché aveva messo in pratica ciò che gli avevano predicato molti santi. A un certo punto non ho più capito di chi fosse la colpa, sono stato come... come obnubilato da un'aria di famiglia che spirava nei due campi avversi, dei santi che predicavano la penitenza e dei peccatori che la mettevano in pratica, spesso a spese degli altri... Ma stavo parlando d'altro. O forse no, parlavo sempre di questo: finita l'epoca della penitenza, per i penitenti il bisogno di penitenza è divenuto bisogno di morte. E coloro che hanno ucciso i penitenti impazziti, restituendo morte alla morte, per sconfiggere la vera penitenza, che produceva morte, hanno sostituito alla penitenza dell'anima una penitenza dell'immaginazione, un richiamo a visioni soprannaturali di sofferenza e di sangue, chiamandole «specchio» della vera penitenza. Uno specchio che fa vivere in vita, all'immaginazione dei semplici, e talora anche dei dotti, i tormenti dell'inferno. Affinché - si dice - nessuno pecchi. Sperando di trattenere le anime dal peccato per mezzo della paura, e confidando di sostituire la paura alla ribellione.»
“Ma davvero poi non peccheranno?” chiesi ansiosamente.
“Dipende da cosa tu intendi per peccare, Adso,” mi disse il maestro. “Io non vorrei essere ingiusto con la gente di questo paese in cui vivo da alcuni anni, ma mi sembra che sia tipico della poca virtù delle popolazioni italiane non peccare per paura di qualche idolo, per quanto lo chiamino col nome di un santo. Hanno più paura di san Sebastiano o sant'Antonio che di Cristo. Se uno vuol conservare pulito un posto, qui, perché non ci si pisci, come fanno gli italiani alla maniera dei cani, ci dipingi sopra un'immagine di sant'Antonio con la punta di legno, e questa scaccerà quelli che stan per pisciare. Così gli italiani, e per opera dei loro predicatori, rischiano di tornare alle antiche superstizioni e non credono più alla resurrezione della carne, hanno solo una gran paura delle ferite corporali e delle disgrazie, e perciò han più paura di sant'Antonio che di Cristo.”
“Ma Berengario non è italiano,” osservai.
“Non importa, sto parlando del clima che la chiesa e gli ordini predicatori han diffuso su questa penisola, e che da qui si diffonde per ogni dove. E raggiunge anche una venerabile abbazia di monaci dotti, come questi.”
“Ma almeno non peccassero,” insistei, perché ero disposto ad accontentarmi anche solo di questo.
“Se questa abbazia fosse uno speculum mundi, avresti già la risposta.”
“Ma lo è?” chiesi.
“Perché vi sia specchio del mondo occorre che il mondo abbia una forma,” concluse Guglielmo, che era troppo filosofo per la mia mente adolescente.

sabato 23 agosto 2008

Secondo giorno - Mattutino


Dove poche ore di mistica felicità sono interrotte
da un sanguinosissimo evento





Simbolo talora del demonio, talora del Cristo risorto, nessun animale è più infido del gallo. L'ordine nostro ne conobbe di infingardi, che non cantavano al levar del sole. E d'altra parte, specie nelle giornate invernali, l'ufficio di mattutino ha luogo quando ancora la notte è piena e la natura tutta addormentata, perché il monaco deve alzarsi nell'oscurità e a lungo nell'oscurità pregare attendendo il giorno e illuminando le tenebre con la fiamma della devozione. Perciò saggiamente la consuetudine predispose dei veglianti che non si coricassero con i confratelli, ma trascorressero la notte recitando ritmicamente quel numero esatto di salmi che desse loro la misura del tempo trascorso, così che, allo scadere delle ore votate al sonno degli altri, agli altri dessero il segno della veglia.
Pertanto quella notte fummo svegliati da coloro che percorrevano il dormitorio e la casa dei pellegrini suonando una campanella, mentre uno andava di cella in cella gridando il Benedicamus Domino a cui ciascuno rispondeva Deo gratias.
Guglielmo e io ci attenemmo all'uso benedettino: in meno di mezz'ora ci apprestammo ad affrontate la nuova giornata, quindi scendemmo in coro dove i monaci attendevano prostrati a terra, recitando i primi quindici salmi, sino a che non entrarono i novizi condotti dal loro maestro. Quindi ciascuno si assise nel proprio stallo e il coro intonò Domine labia mea aperies et os meum annuntiabit laudem tuam. Il grido salì verso le volte della chiesa come la supplica di un fanciullo. Due monaci salirono al pulpito e diedero voce al salmo novantaquattro, Venite exultemus, a cui seguirono gli altri prescritti. E io provai l'ardore di una fede rinnovata.
I monaci erano negli stalli, sessanta figure rese uguali dal saio e dal cappuccio, sessanta ombre a mala pena illuminate dal fuoco del gran tripode, sessanta voci intese alle lodi dell'Altissimo. E udendo questo commovente concento, vestibolo alle delizie del paradiso, mi chiesi se davvero l'abbazia fosse luogo di misteri celati, di illeciti tentativi di svelarli, e di cupe minacce. Perché essa invece ora mi appariva come ricettacolo di santi, cenacolo di virtù, reliquiario di sapienza, arca di prudenza, torre di saggezza, recinto di mansuetudine, bastione di fortezza, turibolo di santità.
Dopo sei salmi iniziò la lettura della sacra scrittura. Alcuni monaci ciondolavano per il sonno e uno dei veglianti della notte si aggirava tra gli stalli con una piccola lampada per ridestare chi si fosse addormentato. Se qualcuno veniva sorpreso in preda a sopore, per penitenza prendeva la lampada e continuava il giro di controllo. Quindi riprese il canto di altri sei salmi. Poi l'Abate diede la sua benedizione, l'ebdomadario disse le preghiere, tutti si inchinarono verso l'altare in un minuto di raccoglimento, di cui nessuno, che non abbia vissuto queste ore di mistico ardore e di intensissima pace interiore, può comprendere la dolcezza. Infine, il cappuccio di nuovo sul viso, tutti si sedettero e intonarono solennemente il Te Deum. Anch'io lodai il Signore perché mi aveva liberato dai miei dubbi affrancandomi dal senso di disagio in cui la prima giornata all'abbazia mi aveva gettato. Siamo esseri fragili, mi dissi, anche tra questi monaci dotti e devoti il maligno fa circolare piccole invidie, sottili inimicizie, ma si tratta di fumo che si dirada al vento impetuoso della fede, appena tutti si riuniscono nel nome del Padre e Cristo scende ancora tra loro.

Tra mattutino e laudi il monaco non torna in cella, anche se la notte è ancora fonda. I novizi seguirono il loro maestro nella sala capitolare a studiare i salmi, alcuni dei monaci restarono in chiesa ad accudire agli arredi sacri, i più passeggiarono meditando in silenzio nel chiostro, e così facemmo Guglielmo e io. I servi dormivano ancora e continuavano a dormire quando, il cielo ancora scuro, ritornammo nel coro per le laudi.
Ricominciò il canto dei salmi, e uno in particolare, di quelli previsti per il lunedì, mi ripiombò nei miei primitivi timori: “La colpa si è impadronita dell'empio, dell'intimo del suo cuore - non v'è timore di Dio negli occhi suoi - agisce con frode al suo cospetto - in modo che la sua lingua diventi odiosa.” Mi parve di cattivo presagio che la regola avesse prescritto proprio per quel giorno un ammonimento così terribile. Né calmò i miei palpiti di inquietudine, dopo i salmi di lode, la consueta lettura dell'Apocalisse, e mi tornarono alla mente le figure del portale che mi avevano tanto soggiogato il cuore e lo sguardo il giorno prima. Ma dopo il responsorio, l'inno e il versetto, quando stava iniziando il cantico del vangelo, scorsi dietro alle finestre del coro, proprio sopra all'altare, un chiarore pallido che già faceva rilucere le vetrate dei loro diversi colori, sino ad allora mortificati dalla tenebra. Non era ancora l'aurora, che avrebbe trionfato durante prima, proprio mentre avremmo cantato Deus qui est sanctorum splendor mirabilis e Iam lucis orto sidere. Era appena il primo flebile annuncio dell'alba invernale, ma fu abbastanza, e fu abbastanza a rinfrancarmi il cuore la lieve penombra che nella navata ora stava sostituendo il buio notturno.
Cantavamo le parole del libro divino e, mentre testimoniavamo del Verbo venuto a illuminare le genti, mi parve che l'astro diurno in tutto il suo fulgore stesse invadendo il tempio. La luce, ancora assente, mi parve rilucere nelle parole del cantico, giglio mistico che si schiudeva odoroso tra le crociere delle volte. “Grazie o Signore per questo momento di gaudio inenarrabile,” pregai silenziosamente, e dissi al mio cuore “e tu stolto di che temi?”
All'improvviso alcuni clamori si levavano dalla parte del portale settentrionale. Mi domandai come mai i servi, preparandosi al lavoro, disturbassero così le sacre funzioni. In quel punto entrarono tre porcai, col terrore sul viso, e si appressarono all'Abate sussurrandogli qualcosa. L'Abate dapprima li calmò con un gesto, come se non volesse interrompere l'ufficio: ma altri servi entrarono, le grida si fecero più forti: “E' un uomo, un uomo morto!” diceva qualcuno, e altri: “Un monaco, non hai visto i calzari?”
Gli oranti tacquero, l'Abate uscì precipitosamente, facendo cenno al cellario che lo seguisse. Guglielmo andò dietro a loro, ma ormai anche gli altri monaci abbandonavano i loro stalli e si precipitavano fuori.
Il cielo era ora chiaro, e la neve per terra rendeva ancora più luminoso il pianoro. Sul retro del coro, davanti agli stabbi, dove dal giorno innanzi troneggiava il grande recipiente col sangue dei maiali, uno strano oggetto di forma quasi cruciforme spuntava dal bordo dell'orcio, come fossero due pali infitti al suolo, da ricoprire di stracci per spaventare gli uccelli.
Erano invece due gambe umane, le gambe di un uomo ficcato a testa in giù nel vaso di sangue.

L'Abate ordinò che si traesse dal liquido infame il cadavere (perché purtroppo nessuna persona viva avrebbe potuto restare in quella oscena posizione). I porcai esitanti si appressarono al bordo e bruttandosi di sangue ne trassero la povera cosa sanguinolenta. Come mi era stato detto, rimestato a dovere subito dopo esser stato versato, e lasciato al freddo, il sangue non si era raggrumato, ma lo strato che ricopriva il cadavere tendeva ora a solidificarsi, ne inzuppava le vesti, ne rendeva il volto irriconoscibile. Si appressò un servo con un secchio di acqua e ne gettò sul volto a quella misera spoglia. Qualcun altro si chinò con un panno a pulirne i lineamenti. E apparve ai nostri occhi il volto bianco di Venanzio da Salvemec, il sapiente di cose greche con cui avevamo discorso nel pomeriggio davanti ai codici di Adelmo.
“Forse Adelmo si è suicidato,” disse Guglielmo fissando quel volto, “ma non certo costui, né si può pensare che si sia issato per accidente sino al bordo dell'orcio e sia caduto per errore.”
L'Abate gli si appressò: “Frate Guglielmo, come vedete qualcosa accade all'abbazia, qualcosa che richiede tutta la vostra saggezza. Ma vi scongiuro, agite presto!”
“Era presente in coro durante l'ufficio?” domandò Guglielmo additando il cadavere.
“No,” disse l'Abate.”Avevo notato che il suo stallo era vuoto.”
“Nessun altro era assente?”
“Non mi pare. Non ho notato nulla.”
Guglielmo esitò prima di formulare la nuova domanda, e la fece in un sussurro, attento che gli altri non udissero: “Berengario era al suo posto?”
L'Abate lo guardò con inquieta ammirazione, quasi a significare che egli fosse colpito al vedere il mio maestro nutrire un sospetto che egli stesso aveva per un istante nutrito, ma per più comprensibili ragioni. Poi disse rapido: “C'era, sta in prima fila, quasi alla mia destra.”
“Naturalmente,” disse Guglielmo, “tutto questo non significa nulla. Non credo che nessuno per entrare in coro sia passato dietro all'abside, e quindi il cadavere poteva già essere qui da varie ore, almeno da dopo che si era andati tutti a dormire.”
“Certo, i primi servi si alzano con l'alba e per questo l'hanno scoperto solo ora.”
Guglielmo si chinò sul cadavere, come se fosse uso a trattare corpi morti. Intinse il panno che giaceva accanto nell'acqua del secchio e deterse meglio il viso di Venanzio. Frattanto gli altri monaci si affollavano spaventati, formando un cerchio vociante a cui l'Abate stava imponendo il silenzio. Tra di loro si fece strada Severino, a cui era affidata la cura dei corpi dell'abbazia, e si chinò presso il mio maestro. Io, per udire il loro dialogo, e per aiutare Guglielmo che aveva bisogno di aver un nuovo panno pulito intriso nell'acqua, mi unii a loro, superando il mio terrore e il mio disgusto.
“Hai mai visto un annegato?” chiese Guglielmo.
“Molte volte,” disse Severino.”E se indovino quello che vuoi intendere, non hanno questo volto, i loro lineamenti sono gonfi.”
“Allora l'uomo era già morto quando qualcuno lo ha buttato nella giara.”
“Perché avrebbe dovuto far questo?”
“Perché avrebbe dovuto ucciderlo? Siamo di fronte all'opera di una mente distorta. Ma ora occorre vedere se ci sono ferite o contusioni sul corpo. Propongo di portarlo nei balnea, di spogliarlo, lavarlo ed esaminarlo. Ti raggiungerò presto.”
E mentre Severino, ricevuta licenza dall'Abate, faceva trasportare il corpo dai porcai, il mio maestro chiese che i monaci fossero fatti rientrare in coro seguendo la strada da cui erano venuti, e che i servi si ritirassero nello stesso modo, in modo che lo spiazzo rimanesse deserto. L'Abate non gli chiese il perché di questo suo desiderio e lo accontentò. Rimanemmo così soli, accanto all'orcio dal quale il sangue aveva debordato durante la macabra operazione di ricupero, la neve intorno tutta rossa, sciolta in più punti dall'acqua che era stata sparsa, e una gran chiazza scura dove il cadavere era stato disteso.
“Un bel pasticcio,” disse Guglielmo accennando al gioco complesso di orme lasciato tutto intorno dai monaci e dai servi. “La neve, caro Adso, è una ammirevole pergamena sulla quale i corpi degli uomini lasciano scritture leggibilissime. Ma questo è un palinsesto mal raschiato e forse non ci leggeremo nulla di interessante. Da qui alla chiesa, è stato un gran accorrere di monaci, da qui allo stabbio e alle stalle sono venuti i servi a frotte. L'unico spazio intatto è quello che va dagli stabbi all'Edificio. Vediamo se troviamo qualcosa di interessante.”
“Ma cosa vorreste trovare?” chiesi.
“Se non si è buttato da solo nel recipiente, qualcuno ve lo ha portato, immagino già morto. E chi trasporta il corpo di un altro lascia tracce profonde nella neve. E allora cerca se trovi qui intorno delle tracce che ti paiano diverse da quelle lasciate da questi monaci vociferatori che ci hanno rovinato la nostra pergamena.”
Così facemmo. E dico subito che fui io, Dio mi salvi dalla vanità, che scoprii qualcosa tra il recipiente e l'Edificio. Erano impronte di piedi umani, abbastanza fonde, in una zona in cui nessuno era ancora passato e, come notò subito il mio maestro, più lievi di quelle lasciate dai monaci e dai servi, segno che altra neve vi era caduta, e quindi erano state lasciate tempo addietro. Ma ciò che più ci parve degno di interesse, era che tra quelle impronte si frammischiava una traccia più continua, come di qualcosa trascinato da chi aveva lasciato le impronte. In breve, una scia che andava dalla giara alla porta del refettorio, sul lato dell'Edificio che stava tra la torre meridionale e quella orientale.
“Refettorio, scriptorium, biblioteca,” disse Guglielmo. “Ancora una volta la biblioteca. Venanzio è morto nell'Edificio, e più probabilmente nella biblioteca.”
“E perché proprio nella biblioteca?”
“Cerco di mettermi nei panni dell'assassino. Se Venanzio fosse morto, ucciso, nel refettorio, nella cucina o nello scriptorium, perché non lasciarlo là? Ma se è morto nella biblioteca occorreva trasportarlo altrove, sia perché nella biblioteca non sarebbe mai stato scoperto (e forse all'assassino interessava proprio che fosse scoperto), sia perché l'assassino probabilmente non vuole che l'attenzione si concentri sulla biblioteca.”
“E perché all'assassino poteva interessare che fosse scoperto?”
“Non so, faccio delle ipotesi. Chi ti dice che l'assassino abbia ucciso Venanzio perché odiava Venanzio? Potrebbe averlo ucciso, in luogo di chiunque altro, per lasciare un segno, per significare qualcosa d'altro.”
“Omnis mundi creatura, quasi liber et scriptura...” mormorai. “Ma di che segno si tratterebbe?”
“Questo è ciò che non so. Ma non dimentichiamo che ci sono anche segni che sembrano tali e invece sono privi di senso, come blitiri o bu-ba-baff...”
“Sarebbe atroce,” dissi, “uccidere un uomo per dire bu-ba-baff!”
“Sarebbe atroce,” commentò Guglielmo, “uccidere un uomo anche per dire Credo in unum Deum...”
In quel momento fummo raggiunti da Severino. Il cadavere era stato lavato ed esaminato con cura. Nessuna ferita, nessuna contusione sul capo. Morto come per incanto.
“Come per castigo divino?” chiese Guglielmo.
“Forse,” disse Severino.
“O per veleno?”
Severino esitò. “Forse, anche.”
“Hai veleni nel laboratorio?” chiese Guglielmo mentre ci avviavamo verso l'ospedale.
“Anche. Ma dipende da cosa intendi per veleno. Ci sono sostanze che in piccole dosi sono salutari e in dosi eccessive procurano la morte. Come ogni buon erborista ne conservo, e le uso con discrezione. Nel mio orto coltivo, per esempio, la valeriana. Poche gocce in un infuso di altre erbe calmano il cuore che batte disordinatamente. Una dose esagerata provoca torpore e morte.”
“E non hai notato sul cadavere i segni di un veleno particolare?”
“Nessuno. Ma molti veleni non lasciano tracce.”
Eravamo giunti all'ospedale. Il corpo di Venanzio, lavato nei balnea, era stato quivi trasportato e giaceva sul gran tavolo nel laboratorio di Severino: alambicchi e altri strumenti di vetro e coccio mi fecero pensare (ma ne sapevo solo per racconti indiretti) alla bottega di un alchimista. Su una lunga scaffalatura lungo il muro esterno, si stendeva una vasta serie di ampolle, brocche, vasi, pieni di sostanze di diversi colori.
“Una bella collezione di semplici,” disse Guglielmo. “Tutti prodotti del vostro giardino?”
“No,” disse Severino, “molte sostanze, rare e che non crescono in queste zone, mi sono state portate lungo gli anni da monaci provenienti da ogni parte del mondo. Ho anche cose preziose e introvabili, frammiste a sostanze che è facile ottenere dalla vegetazione di questi luoghi. Vedi... alghaliga pesto, proviene dal Cataio, e lo ebbi da un sapiente arabo. Aloe socoltrino, viene dalle Indie, ottimo cicatrizzante. Ariento vivo, risuscita i morti, o per meglio dire, risveglia coloro che han perso i sensi. Arsenacho: pericolosissimo, veleno mortale per chi lo ingerisce. Boracie, pianta buona per i polmoni malati. Bettonica, buona per le fratture del capo. Masticie: raffrena i flussi polmonari e i catarri molesti. Mirra...”
“Quella dei magi?” chiesi.
“Quella dei magi, ma qui buona per prevenire gli aborti, colta da un albero che si chiama Balsamodendron myrra. E questa è mumia, rarissima, prodotta dalla decomposizione dei cadaveri mummificati, serve a preparare molti medicamenti quasi miracolosi. Mandragola officinalis, buona per il sonno...”
“E per suscitare il desiderio della carne,” commentò il mio maestro.
“Dicono, ma qui non la si usa in tal senso, come potete immaginare,” sorrise Severino.”E guardate questa,” disse prendendo una ampolla, “tuzia, miracolosa per gli occhi.”
“E cos'è questa?” domandò vivacemente Guglielmo toccando una pietra che giaceva su uno scaffale.
“Questa? Mi è stata donata tempo fa. Credo che sia lopris amatiti o lapis ematiti. Pare abbia varie virtù terapeutiche, ma non ho ancora scoperto quali. La conosci?”
“Sì,” disse Guglielmo, “ma non come medicina.” Trasse dal saio un coltellino e lo appressò lentamente alla pietra. Come il coltellino, mosso dalla sua mano con estrema delicatezza, giunse a poca distanza dalla pietra, vidi che la lama compiva un movimento brusco, come se Guglielmo avesse mosso il polso, che invece aveva fermissimo. E la lama aderì alla pietra con un lieve rumore di metallo.
“Vedi,” mi disse Guglielmo, “è un magnete.”
“E a che serve?” chiesi.
“A varie cose, di cui ti dirò. Ma per ora vorrei sapere, Severino, se non vi è nulla qui che potrebbe uccidere un uomo.”
Severino rifletté un istante, troppo direi, data la limpidità della sua risposta: “Molte cose. Ti ho detto, il limite tra il veleno e la medicina è assai lieve, i greci chiamavano entrambi pharmacon.”
“E non vi è nulla che vi sia stato sottratto di recente?”
Severino rifletté ancora, poi, quasi soppesando le parole: “Nulla, di recente.”
“E in passato?”
“Chissà. Non ricordo. Sono in questa abbazia da trent'anni e sto all'ospedale da venticinque.”
“Troppo per una memoria umana,” ammise Guglielmo. Poi, di colpo: “Parlavamo ieri di piante che possono dare visioni. Quali sono?”
Severino manifestò con gli atti e con l'espressione del viso il vivo desiderio di evitare quell'argomento: “Dovrei pensarci, sai ho tante sostanze miracolose qui. Ma parliamo piuttosto di Venanzio. Cosa ne dici?”
“Dovrei pensarci,” rispose Guglielmo.

Primo giorno - Compieta


Dove Guglielmo e Adso godono della lieta ospitalità dell'Abate
e della corrucciata conversazione di Jorge





Il refettorio era illuminato da grandi torce. I monaci sedevano lungo una fila di tavole, dominata dal tavolo dell'Abate, posto perpendicolarmente a essi su una vasta pedana. Dalla parte opposta un pulpito, su cui aveva già preso posto il monaco che avrebbe fatto la lettura durante la cena. L'Abate ci attendeva presso una fontanella con un panno bianco per asciugarci le mani dopo il lavabo, giusta i consigli antichissimi di san Pacomio.
L'Abate invitò Guglielmo alla sua tavola e disse che per quella sera, dato che ero anch'io ospite fresco, avrei goduto dello stesso privilegio, anche se ero un novizio benedettino. I giorni seguenti, mi disse paternamente, avrei potuto sedermi a tavola coi monaci, o se il mio maestro mi avesse affidato qualche incarico, passare prima o dopo i pasti in cucina, dove i cuochi si sarebbero presi cura di me.
I monaci stavano ora in piedi ai tavoli, immobili col cappuccio abbassato sul viso e le mani sotto lo scapolare. L'Abate si appressò alla sua tavola e pronunciò il Benedicite. Il cantore dal pulpito intonò Edent pauperes. L'Abate diede la sua benedizione e ciascuno si sedette.
La regola del nostro fondatore prevede un desinare assai parco, ma lascia all'Abate decidere di quanto cibo abbiano effettivamente bisogno i monaci. D'altra parte ormai nelle nostre abbazie si indulge maggiormente ai piaceri della tavola. Non parlo di quelle che, purtroppo, si sono trasformate in covi di ghiottoni; ma anche quelle ispirate a criteri di penitenza e di virtù forniscono ai monaci, intenti quasi sempre a gravosi lavori dell'intelletto, un nutrimento non molle ma robusto. D'altro canto la mensa dell'Abate è sempre privilegiata, anche perché non di rado vi seggono degli ospiti di riguardo, e le abbazie sono orgogliose dei prodotti della loro terra e delle loro stalle, e della perizia dei loro cucinieri.
Il pasto dei monaci si svolse in silenzio, come di costume, gli uni comunicando agli altri con il nostro consueto alfabeto delle dita. I novizi e i monaci più giovani venivano serviti per primi, subito dopo che i piatti destinati a tutti erano passati dalla mensa dell'Abate.
Alla tavola dell'Abate sedevano con noi Malachia, il cellario e i due monaci più anziani, Jorge da Burgos, il vegliardo cieco che avevo già conosciuto nello scriptorium e il vecchissimo Alinardo da Grottaferrata: quasi centenario, claudicante e d'aspetto fragile, e - mi parve - assente di spirito. Ci disse di lui l'Abate che, novizio già in quella abbazia, sempre vi aveva vissuto e ne ricordava almeno ottant'anni di vicende. L'Abate ci disse queste cose sottovoce all'inizio, perché in seguito ci si attenne all'uso del nostro ordine e si seguì in silenzio la lettura. Ma, come dissi, alla tavola dell'Abate ci si prendevano alcune licenze, e ci avvenne di lodare i piatti che ci furono offerti, mentre l'Abate celebrava le qualità del suo olio, o del suo vino. Anzi una volta, mescendoci da bere, ci ricordò quei brani della regola in cui il santo fondatore aveva osservato che certo il vino non conviene ai monaci, ma poiché non si possono persuadere i monaci dei tempi nostri a non bere, che almeno non bevano sino alla sazietà, perché il vino spinge all'apostasia anche i saggi, come ricorda l'Ecclesiaste. Benedetto diceva “ai tempi nostri” e si riferiva ai suoi, ormai lontanissimi: figuriamoci ai tempi in cui cenavamo all'abbazia, dopo tanto decadimento di costumi (e non parlo dei tempi miei, in cui ora scrivo, se non che qui a Melk si indulge maggiormente alla birra!): insomma, si bevette senza esagerare ma non senza gusto.
Mangiammo carni allo spiedo, dei maiali appena uccisi, e mi avvidi che per altri cibi non si usava grasso di animali né olio di ravizzone, ma del buon olio d'oliva, che veniva da terreni che l'abbazia possedeva a piedi del monte verso il mare. L'Abate ci fece gustare (riservato alla sua mensa) quel pollo che avevo visto preparare in cucina. Notai che, cosa assai rara, egli disponeva anche di una forchetta di metallo, che nella forma mi ricordava le lenti del mio maestro: uomo di nobile estrazione il nostro ospite non voleva lordarsi le mani col cibo, e ci offrì anzi il suo strumento almeno per prendete le carni dal piatto grande e porle nelle nostre ciotole. Io rifiutai, ma vidi che Guglielmo accettò di buon grado e si servì con disinvoltura di quell'arnese da signori, forse per non provare all'Abate che i francescani erano persone di scarsa educazione e di estrazione umilissima.
Entusiasta com'ero per tutti quei buoni cibi (dopo alcuni giorni di viaggio in cui ci eravamo nutriti come potevamo), mi ero distratto dal corso della lettura che intanto devotamente proseguiva. Vi fui richiamato da un vigoroso grugnito d'assenso di Jorge, e mi avvidi che si era al punto in cui veniva sempre letto un capitolo della Regola. Mi resi conto del perché Jorge fosse tanto soddisfatto, dopo averlo ascoltato nel pomeriggio. Diceva infatti il lettore: “Imitiamo l'esempio del profeta che dice: ho deciso, veglierò sul mio cammino per non peccare con la mia lingua, ho posto un bavaglio alla mia bocca, sono ammutolito umiliandomi, mi sono astenuto dal parlare anche di cose oneste. E se in questo passo il profeta ci insegna che talvolta per amore del silenzio ci si dovrebbe astenere persino dai discorsi leciti, quanto di più dobbiamo astenerci dai discorsi illeciti per evitare la pena di questo peccato!” E poi proseguiva: “Ma le volgarità, le scempiaggini e le buffonerie noi le condanniamo alla reclusione perpetua, in ogni luogo, e non permettiamo che il discepolo apra la bocca per fare discorsi di tal fatta.”
“E questo valga per i marginalia di cui si diceva oggi,” non si trattenne dal commentare Jorge a bassa voce. “Giovanni Boccadoro ha detto che Cristo non ha mai riso.”
“Nulla nella sua natura umana lo vietava,” osservò Guglielmo, “perché il riso, come insegnano i teologi, è proprio dell'uomo.”
“Forte potuit sed non legitur eo usus fuisse,” disse recisamente Jorge, citando Pietro Cantore.
“Manduca, jam coctum est,” sussurrò Guglielmo.
“Cosa?” chiese Jorge, che credeva che egli alludesse a qualche cibo che gli veniva porto.
“Sono le parole che secondo Ambrogio furono pronunziate da san Lorenzo sulla graticola, quando invitò i carnefici a girarlo dall'altra parte, come ricorda anche Prudenzio nel Peristephanon,” disse Guglielmo con l'aria di un santo. “San Lorenzo sapeva dunque ridere e dir cose ridicole, sia pure per umiliare i propri nemici.”
“Il che dimostra che il riso è cosa assai vicina alla morte e alla corruzione del corpo,” ribatté in un ringhio Jorge, e devo ammettere che si comportò da buon loico.
A quel punto l'Abate ci invitò bonariamente al silenzio. La cena peraltro stava terminando. L'Abate si alzò e presentò Guglielmo ai monaci. Ne lodò la saggezza, ne palesò la fama, e avvertì che era stato pregato di investigare sulla morte di Adelmo, invitando i monaci a rispondere alle sue domande e ad avvertire i loro sottoposti, per tutta l'abbazia, a fare altrettanto. E a facilitargli le ricerche, purché, aggiunse, le sue richieste non contravvenissero alle regole del monastero. Nel qual caso si sarebbe dovuto ricorrere alla sua autorizzazione.
Finita la cena i monaci si disposero ad avviarsi al coro per l'ufficio di compieta. Si calarono di nuovo il cappuccio sul viso e si allinearono davanti alla porta, in stazione. Poi si mossero in lunga fila, attraversando il cimitero ed entrando nel coro dal portale settentrionale.
Ci avviammo con l'Abate.”A quest'ora si chiudono le porte dell'Edificio?” domandò Guglielmo.
“Appena i servi avranno pulito il refettorio e le cucine, il bibliotecario stesso chiuderà tutte le porte, sprangandole dall'interno.”
“Dall'interno? E lui da dove esce?”
L'Abate fissò Guglielmo per un attimo, serio in volto: “Certo non dorme in cucina,” disse bruscamente. E affrettò il passo.
“Bene bene,” mi sussurrò Guglielmo, “dunque esiste un'altra entrata, ma noi non la dobbiamo conoscere.” Io sorrisi tutto fiero della sua deduzione, ed egli mi rimbrottò: “E non ridere. Hai visto che entro queste mura il riso non gode di buona reputazione.”
Entrammo nel coro. Una sola lampada ardeva, su un robusto tripode di bronzo, alto come due uomini. I monaci si posero negli stalli in silenzio, mentre il lettore leggeva un passaggio di una omelia di san Gregorio.
Poi l'Abate fece un segno e il cantore intonò Tu autem Domine miserere nobis. L'Abate rispose Adjutorium nostrum in nomine Domini e tutti fecero coro con Qui fecit coelum et terram. Quindi iniziò il canto dei salmi: Quando invoco rispondimi o Dio della mia giustizia; Ti ringrazierò Signore con tutto il mio cuore; Su benedite il Signore, servi tutti del Signore. Noi non ci eravamo posti negli stalli, e ci eravamo ritratti nella navata principale. Fu di lì che scorgemmo improvvisamente Malachia emergere dal buio di una cappella laterale.
“Tieni d'occhio quel punto,” mi disse Guglielmo. “Potrebbe esserci un passaggio che porta all'Edificio.”
“Sotto il cimitero?”
“E perché no? Anzi, ripensandoci, ci dovrà essere da qualche parte un ossario, è impossibile che da secoli seppelliscano tutti i monaci in quel lembo di terra.”
“Ma volete veramente entrare di notte in biblioteca?” domandai atterrito.
“Dove ci sono i monaci defunti e i serpenti e le luci misteriose, mio buon Adso? No, ragazzo. Ci pensavo oggi, e non per curiosità ma perché mi ponevo il problema di come fosse morto Adelmo. Ora, come ti ho detto, propendo per una spiegazione più logica, e tutto sommato vorrei rispettare le usanze di questo luogo.”
“Allora perché volete sapere?”
“Perché la scienza non consiste solo nel sapere quello che si deve o si può fare, ma anche nel sapere quello che si potrebbe fare e che magari non si deve fare. Ecco perché oggi dicevo al maestro vetraio che il sapiente deve in qualche modo celare i segreti che scopre, perché altri non ne facciano cattivo uso, ma bisogna scoprirli, e questa biblioteca mi pare piuttosto un luogo dove i segreti rimangono coperti.”
Con queste parole si avviò fuori della chiesa, perché l'ufficio era terminato. Eravamo entrambi molto stanchi e andammo nella nostra cella. Io mi rannicchiai in quello che Guglielmo chiamò scherzosamente il mio “loculo” e mi addormentai subito.

giovedì 21 agosto 2008

Primo giorno - Vespri


Dove si visita il resto dell'abbazia, Guglielmo trae alcune
conclusioni sulla morte di Adelmo, si parla col fratello
vetraio di vetri per leggere e di fantasmi per chi vuol
leggere troppo





A quel punto sonarono per vespro e i monaci si accinsero a lasciare i loro tavoli. Malachia ci fece capire che anche noi dovevamo andare. Egli sarebbe rimasto con il suo aiutante, Berengario, a riordinare le cose e (così si espresse) a predisporre la biblioteca per la notte. Guglielmo gli chiese se avrebbe poi chiuso le porte.
“Non ci sono porte che difendano l'accesso allo scriptorium dalla cucina e dal refettorio, né alla biblioteca dallo scriptorium. Più forte di alcuna porta deve essere l'interdetto dell'Abate. E i monaci debbono avvalersi e della cucina e del refettorio sino a compieta. A quel punto, a impedire che estranei o animali, per i quali l'interdetto non vale, possano entrare nell'Edificio, io stesso chiudo i portali da basso, che conducono e alle cucine e al refettorio, e da quell'ora l'Edificio rimane isolato.”
Scendemmo. Mentre i monaci si avviavano verso il coro il mio maestro decise che il Signore ci avrebbe perdonato se non avessimo assistito all'ufficio divino (il Signore ebbe molto a perdonarci nei giorni seguenti!) e mi propose di camminare un poco con lui per il pianoro, affinché ci familiarizzassimo con il luogo.
Uscimmo dalle cucine, attraversammo il cimitero: v'erano pietre tombali più recenti, e altre che recavano i segni del tempo, raccontando vite di monaci vissuti nei secoli passati. Le tombe erano senza nome, sormontate da croci di pietra.
Il tempo si stava guastando. Si era levato un vento freddo e il cielo si faceva caliginoso. Si indovinava un sole che tramontava dietro gli orti e già si faceva scuro verso oriente, dove ci dirigemmo, costeggiando il coro della chiesa e raggiungendo la parte posteriore del pianoro. Ivi, quasi a ridosso del muro di cinta, dove esso si saldava al torrione orientale dell'Edificio, c'erano gli stabbi e i porcai stavano ricoprendo la giara col sangue dei maiali. Notammo che dietro gli stabbi il muro di cinta era più basso, sì che vi ci si poteva affacciare. Oltre lo strapiombo delle mura, il terreno che digradava vertiginosamente al di sotto era ricoperto di una terraglia che la neve non riusciva completamente a nascondere. Mi resi conto che si trattava del deposito dello strame, che veniva gettato da quel luogo, e discendeva sino al tornante da cui si diramava il sentiero lungo il quale si era avventurato il fuggiasco Brunello. Dico strame, perché si trattava di una gran frana di materia puteolente, il cui odore arrivava sino al parapetto da cui mi affacciavo; evidentemente i contadini venivano ad attingervi dal basso onde usarne per i campi. Ma alle deiezioni degli animali e degli uomini, si mescolavano altri rifiuti solidi, tutto il rifluire di materie morte che l'abbazia espelleva dal proprio corpo, per mantenersi limpida e pura nel suo rapporto con la sommità del monte e col cielo.
Nelle stalle accanto i cavallari stavano riconducendo gli animali alla greppia. Percorremmo il cammino lungo il quale si estendevano, dalla parte del muro, le varie stalle, e a sinistra, a ridosso del coro, il dormitorio dei monaci, e poi le latrine. Là dove il muro orientale piegava verso meridione, all'angolo della cinta, v'era l'edificio delle fucine. Gli ultimi fabbri stavano riponendo i loro attrezzi e spegnendo i mantici, per avviarsi all'ufficio divino. Guglielmo si mosse con curiosità verso una parte delle fucine, quasi separata dal resto del laboratorio, dove un monaco stava riponendo le proprie cose. Sul suo tavolo vi era una bellissima collezione di vetri multicolori, di piccole dimensioni, ma lastre più ampie erano addossate al muro. Davanti a lui stava un reliquario ancora incompiuto, di cui esisteva solo la carcassa in argento, ma sulla quale egli stava evidentemente incastonando vetri e altre pietre, che con i suoi strumenti aveva ridotto alle dimensioni di una gemma.
Conoscemmo così Nicola da Morimondo, maestro vetraio dell'abbazia. Ci spiegò che nella parte posteriore della fucina si soffiava anche vetro, mentre in quella anteriore, dove stavano i fabbri, si fissavano i vetri ai piombi di riunione per farne vetrate. Ma, aggiunse, la grande opera vetraria, che abbelliva la chiesa e l'Edificio, era già stata compiuta almeno due secoli addietro. Ora ci si limitava a lavori minori, alla riparazione dei guasti del tempo.
“E con gran fatica,” aggiunse, “perché non si riesce più a trovare i colori di un tempo, specie il blu che potete ancora ammirare nel coro, di una qualità così limpida, che a sole alto riversa nella navata una luce di paradiso. I vetri della parte occidentale della navata, rifatti non molto tempo fa, non sono della stessa qualità, e lo si vede nei giorni estivi. E' inutile,” soggiunse, “non abbiamo più la saggezza degli antichi, è finita l'epoca dei giganti!”
“Siamo nani,” ammise Guglielmo, “ma nani che stanno sulle spalle di quei giganti, e nella nostra pochezza riusciamo talora a vedere più lontano di loro sull'orizzonte.”
“Dimmi cosa facciamo meglio che essi non abbiano saputo fare!” esclamò Nicola. “Se scenderai nella cripta della chiesa dove è custodito il tesoro dell'abbazia, troverai reliquiari di una tale squisita fattura che il mostriciattolo che io sto ora miseramente costruendo,” e accennò alla propria opera sul tavolo, “ti parrà scimmia di quelli!”
“Non sta scritto che i maestri vetrai debbano continuare a costruire finestre e gli orafi reliquiari, se i maestri del passato han saputo produrne di tanto belli e destinati a durare nei secoli. Altrimenti, la terra si riempirebbe di reliquiari, in un'epoca in cui i santi da cui trar reliquie sono così rari,” motteggiò Guglielmo. “Né si dovranno saldare all'infinito finestre. Ma ho visto in vari paesi opere nuove fatte col vetro che ci fan pensare a un mondo di domani in cui il vetro sia non solo al servizio degli uffici divini ma anche aiuto alla debolezza dell'uomo. Ti voglio mostrare un'opera dei giorni nostri, di cui mi onoro possedere un utilissimo esemplare.” Mise le mani nel saio e ne trasse le sue lenti che lasciarono stupito il nostro interlocutore.
Nicola prese la forcella che Guglielmo gli porgeva con grande interesse: “Oculi de vitro cum capsula!” esclamò. “Ne avevo udito parlare da un certo fra Giordano che conobbi a Pisa! Diceva che non erano passati vent'anni da che erano stati inventati. Ma parlai con lui più di vent'anni fa.”
“Credo che siano stati inventati molto prima,” disse Guglielmo, “ma sono di difficile fabbricazione, e ci vogliono maestri vetrai molto esperti. Costano tempo e lavoro. Dieci anni fa un paio di questi vitrei ab oculis ad legendum sono stati venduti a Bologna per sei soldi. Io ne ebbi un paio in dono da un grande maestro, Salvino degli Armati, più di dieci anni fa, e li ho conservati gelosamente per tutto questo tempo, come fossero - quali ormai sono - parte del mio stesso corpo.”
“Spero me li lascerai esaminare uno di questi giorni, non mi spiacerebbe produrne di simili,” disse emozionato Nicola.
“Certo,” acconsentì Guglielmo,”ma bada che lo spessore del vetro deve cambiare a seconda dell'occhio a cui si deve adattare, e bisogna tentare molte di queste lenti per provarle sul paziente, sino a che non si trova lo spessore buono.”
“Che meraviglia!” continuava Nicola. “Eppure molti parlerebbero di stregoneria e manipolazione diabolica...”
“Puoi certo parlare per queste cose di magìa,” acconsentì Guglielmo. “Ma vi sono due forme di magìa. C'è una magìa che è opera del diavolo e che mira alla rovina dell'uomo attraverso artifici di cui non è lecito parlare. Ma c'è una magìa che è opera divina, là dove la scienza di Dio si manifesta attraverso la scienza dell'uomo, che serve a trasformare la natura, e uno dei cui fini è prolungare la vita stessa dell'uomo. E questa è magìa santa, a cui i sapienti dovranno sempre più dedicarsi, non solo per scoprire cose nuove ma per riscoprire tanti segreti di natura che la sapienza divina aveva rivelato agli ebrei, ai greci, ad altri popoli antichi e persino oggi agli infedeli (e non ti dico quante cose meravigliose di ottica e scienza della visione vi siano nei libri degli infedeli!). E di tutte queste conoscenze una scienza cristiana dovrà reimpossessarsi, e riprenderla ai pagani e agli infedeli tamquam ab iniustis possessoribus.”
“Ma perché coloro che posseggono questa scienza non la comunicano a tutto il popolo di Dio?”
“Perché non tutto il popolo di Dio è pronto ad accettare tanti segreti, ed è spesso accaduto che i depositari di questa scienza siano stati scambiati per maghi legati da patto col demonio, pagando con la loro vita il desiderio che avevano avuto di rendere gli altri partecipi del loro tesoro di conoscenza. Io stesso, durante processi in cui si sospettava qualcuno di commercio col demonio, ho dovuto guardarmi dall'usare queste lenti, ricorrendo a segretari volonterosi che mi leggessero le scritture di cui abbisognavo, perché altrimenti, in un momento in cui la presenza del diavolo era così invadente, e tutti ne respiravano, per così dire, l'odore di zolfo, io stesso sarei stato visto come amico degli inquisiti. E infine, avvertiva il grande Ruggiero Bacone, non sempre i segreti della scienza debbono andare nelle mani di tutti, ché alcuni potrebbero usarne per cattivi propositi. Spesso il sapiente deve far apparire come magici libri che magici non sono, ma appunto di buona scienza, per proteggerli da occhi indiscreti.”
“Tu temi dunque che i semplici possano fare cattivo uso di questi segreti?” chiese Nicola.
“Per quanto riguarda i semplici, temo solo che possano esserne terrorizzati, confondendoli con quelle opere del diavolo di cui troppo spesso parlano loro i predicatori. Vedi, mi è accaduto di conoscere medici abilissimi che avevano distillato medicamenti capaci di guarire immantinenti una malattia. Ma costoro davano il loro unguento o infuso ai semplici accompagnandolo con parole sante e salmodiando frasi che parevano preghiere. Non perché queste preghiere avessero potere di guarire, ma perché credendo che la guarigione venisse dalle preghiere i semplici inghiottissero l'infuso o si cospargessero con l'unguento, e così guarissero, senza prestare troppa attenzione alla sua forza effettiva. E poi anche perché l'animo, bene eccitato dalla fiducia nella formula devota, si disponesse meglio all'azione corporale del medicamento. Ma spesso i tesori della scienza vanno difesi non contro i semplici bensì contro altri sapienti. Si fanno oggi macchine prodigiose, di cui un giorno ti parlerò, con cui veramente si può dirigere il corso della natura. Ma guai se esse cadessero nelle mani di uomini che le usassero per estendere il loro potere terreno e saziare la loro brama di possesso. Mi dicono che nel Cataio un saggio ha miscelato una polvere che può produrre a contatto col fuoco, un grande rombo e una gran fiamma, distruggendo tutte le cose per braccia e braccia intorno. Mirabile artificio, se venisse usato per deviare il corso dei fiumi o frantumare la roccia là dove vi sia da dissodare il terreno. Ma se qualcuno la usasse per recar nocumento ai propri nemici?”
“Forse sarebbe bene, se fossero nemici del popolo di Dio,” disse devotamente Nicola.
“Forse,” ammise Guglielmo. “Ma chi è oggi il nemico del popolo di Dio? Ludovico imperatore o Giovanni papa?”
“Oh mio Signore!” disse tutto spaventato Nicola, “non vorrei proprio decidere da solo una cosa tanto dolorosa!”
“Vedi?” disse Guglielmo. “Talora è bene che certi segreti restino ancora coperti da discorsi occulti. I segreti della natura non si trasportano in pelli di capra o di pecora. Aristotele dice nel libro dei segreti che a comunicar troppi arcani della natura e dell'arte si infrange un sigillo celeste e che molti mali potrebbero seguirne. Il che non vuol dire che i segreti non debbano essere svelati, ma che compete ai sapienti decidere quando e come.”
“Per cui è bene che in luoghi come questo,” disse Nicola, “non tutti i libri siano alla portata di tutti.”
“Questa è un'altra storia,” disse Guglielmo. “Si può peccare per eccesso di loquacità e per eccesso di reticenza. Io non volevo dire che occorre nascondere le fonti della scienza. Questo mi pare anzi un gran male. Volevo dire che, trattando di arcani da cui può nascere sia il bene che il male, il sapiente ha diritto e dovere di usare un linguaggio oscuro, comprensibile solo ai suoi simili. La via della scienza è difficile ed è difficile distinguervi il bene dal male. E spesso i sapienti dei tempi nuovi sono solo nani sulle spalle di nani.”
L'amabile conversazione col mio maestro doveva aver posto Nicola in vena di confidenze. Pertanto ammiccò a Guglielmo (come a dire: io e te ci intendiamo perché parliamo delle stesse cose) e alluse: “Però laggiù,” e accennò all'Edificio, “i segreti della scienza sono ben difesi da opere di magìa...”
“Sì?” disse Guglielmo ostentando indifferenza. “Porte sbarrate, divieti severi, minacce, immagino.”
“Oh no, di più...”
“Cosa per esempio?”
“Ecco, io non so con esattezza, io mi occupo di vetri e non di libri, ma nell'abbazia circolano storie... strane...”
“Di che genere?”
“Strane. Diciamo, di un monaco che nottetempo ha voluto avventurarsi in biblioteca, per cercare qualcosa che Malachia non aveva voluto dargli, e ha visto serpenti, uomini senza testa, e uomini con due teste. Per poco non usciva pazzo dal labirinto...”
“Perché parli di magìa e non di apparizioni diaboliche?”
“Perché anche se sono un povero maestro vetraio non sono così sprovveduto. Il diavolo (Dio ci salvi!) non tenta un monaco con serpenti e uomini bicefali. Se mai con visioni lascive, come coi padri del deserto. E poi, se è male mettere mano su certi libri, perché il diavolo dovrebbe distogliere un monaco dal commettere il male?”
“Mi sembra un buon entimema,” ammise il mio maestro.
“E infine, quando aggiustavo le vetrate nell'ospedale, mi sono divertito a sfogliare alcuni dei libri di Severino. C'era un libro di segreti scritto credo da Alberto Magno; fui attratto da alcune miniature curiose, e lessi delle pagine sul modo in cui puoi ungere lo stoppino di una lampada a olio, e i suffumigi che ne provengono procurano visioni. Avrai notato, o meglio non avrai ancora notato perché non hai ancora passato una notte all'abbazia, che durante le ore buie il piano superiore dell'Edificio è illuminato. Dalle vetrate, in certi punti, traspare una luce fievole. Molti si son chiesti cosa sia, e si è parlato di fuochi fatui, o delle anime dei bibliotecari monaci trapassati che tornano a visitare il loro regno. Molti qui ci credono. Io penso che siano lampade preparate per le visioni. Sai, se prendi il grasso dell'orecchio di un cane e ne ungi uno stoppino, chi respira il fumo di quella lampada crederà di avere una testa di cane, e se avrà qualcuno accanto lo vedrà con testa di cane. E c'è un altro unguento che fa sì che coloro che girano intorno alla lampada si sentano grandi come elefanti. E con gli occhi di un pipistrello e di due pesci di cui non ricordo il nome, e il fiele di un lupo, fai uno stoppino che bruciando ti farà vedere gli animali di cui hai preso il grasso. E con la coda di lucertola fai vedere tutte le cose intorno come d'argento, e con il grasso di un serpente nero e un frammento di lenzuolo funebre, la stanza apparirà piena di serpenti. Io lo so. Qualcuno nella biblioteca è molto astuto...”
“Ma non potrebbero essere le anime dei bibliotecari trapassati che fanno queste magie?”
Nicola ristette perplesso e inquieto: “A questo non avevo pensato. Può darsi. Dio ci protegga. E' tardi, vespro è già iniziato. Addio.” E si diresse verso la chiesa.
Proseguimmo lungo il lato sud: a destra l'albergo dei pellegrini e la sala capitolare col giardino, a sinistra i frantoi, il mulino, i granai, le cantine, la casa dei novizi. E tutti che si affrettavano verso la chiesa.
“Cosa pensate di quello che ha detto Nicola?” chiesi.
“Non so. Nella biblioteca accade qualcosa, e non credo siano le anime dei bibliotecari trapassati...”
“Perché?”
“Perché immagino siano stati così virtuosi che oggi se ne stanno nel regno dei cieli a contemplare il volto della divinità, se questa risposta ti può soddisfare. Quanto alle lampade, se ci sono le vedremo. E quanto agli unguenti di cui ci parlava il nostro vetraio, ci sono modi più facili per procurare visioni, e Severino li conosce molto bene, te ne sei accorto oggi. E' certo che nell'abbazia non si vuole che si penetri la notte in biblioteca e che molti invece hanno tentato o tentano di farlo.”
“E il nostro delitto ha a che fare con questa storia?”
“Delitto? Più ci penso e più mi convinco che Adelmo si è ucciso.”
“E perché?”
“Ti ricordi stamane quando ho notato il deposito dello strame? Mentre salivamo il tornante dominato dal torrione orientale avevo notato in quel punto i segni lasciati da una frana: ovvero, una parte di terreno, più o meno là dove si ammassa lo strame, era franata rotolando sin sotto il torrione. Ed ecco perché questa sera, quando abbiamo guardato dall'alto, lo strame ci è apparso poco coperto di neve, ovvero appena coperto dall'ultima di ieri, non da quella dei giorni scorsi. Quanto al cadavere di Adelmo, l'Abate ci ha detto che era lacerato dalle rocce, e sotto il torrione orientale, appena la costruzione finisce a strapiombo, crescono pini. Le rocce sono invece proprio nel punto in cui la parete del muro finisce, formando come una sorta di gradino, e dopo inizia la calata dello strame.”
“E allora?”
“E allora pensa se non sia più... come dire?... meno dispendioso per la nostra mente pensare che Adelmo, per ragioni ancora da appurare, si sia gettato sponte sua dal parapetto del muro, sia rimbalzato sulle rocce e, morto o ferito che fosse, sia precipitato nello strame. Poi la frana, dovuta all'uragano di quella sera, ha fatto scivolare e lo strame e parte del terreno e il corpo del poveretto sotto il torrione orientale.”
“Perché dite che è una soluzione meno dispendiosa per la nostra mente?”
“Caro Adso, non occorre moltiplicare le spiegazioni e le cause senza che se ne abbia una stretta necessità. Se Adelmo è caduto dal torrione orientale bisogna che sia penetrato in biblioteca, che qualcuno lo abbia colpito prima perché non opponesse resistenza, che abbia trovato il modo di salire con un corpo esanime sulle spalle sino alla finestra, che l'abbia aperta e abbia precipitato giù lo sciagurato. Con la mia ipotesi ci bastano invece Adelmo, la sua volontà, e una frana. Tutto si spiega utilizzando un minor numero di cause.”
“Ma perché si sarebbe ucciso?”
“Ma perché lo avrebbero ucciso? In ogni caso occorre trovare delle ragioni. E che ce ne siano mi sembra indubbio. Nell'Edificio si respira aria di reticenza, tutti ci tacciono qualcosa. Per intanto abbiamo già raccolto alcune insinuazioni, assai vaghe in verità, su qualche strano rapporto che intercorreva tra Adelmo e Berengario. Vuol dire che terremo d'occhio l'aiuto bibliotecario.”
Mentre così si parlava, l'ufficio dei vespri era terminato. I servi tornavano alle loro mansioni prima di ritirarsi per la cena, i monaci si avviavano al refettorio. Il cielo era ormai buio e stava iniziando a nevicare. Una neve leggera, a piccoli fiocchi soffici, che avrebbe continuato, credo, per gran parte della notte, perché il mattino seguente tutto il pianoro sarebbe stato coperto da una coltre candida, come dirò.
Io avevo fame e accolsi con sollievo l'idea di andare a mensa.

lunedì 18 agosto 2008

Primo giorno - Dopo nona


Dove si visita lo scriptorium e si conoscono molti studiosi,
copisti e rubricatori nonché un vegliardo cieco che attende
l'Anticristo





Mentre salivamo vidi che il mio maestro osservava le finestre che davano luce alla scala. Stavo probabilmente diventando abile come lui, perché mi avvidi subito che la loro disposizione difficilmente avrebbe consentito a qualcuno di raggiungerle. D'altra parte neppure le finestre che si aprivano nel refettorio (le uniche che dal primo piano dessero sullo strapiombo) parevano facilmente raggiungibili, dato che sotto di esse non vi erano mobili di sorta.
Arrivati al sommo della scala entrammo, per il torrione settentrionale, allo scriptorium e quivi non potei trattenere un grido di ammirazione. Il secondo piano non era bipartito come quello inferiore e si offriva quindi ai miei sguardi in tutta la sua spaziosa immensità. Le volte, curve e non troppo alte (meno che in una chiesa, più tuttavia che in ogni altra sala capitolare che mai vidi), sostenute da robusti pilastri, racchiudevano uno spazio soffuso di bellissima luce, perché tre enormi finestre si aprivano su ciascun lato maggiore, mentre cinque finestre minori traforavano ciascuno dei cinque lati esterni di ciascun torrione; otto finestre alte e strette, infine, lasciavano che la luce entrasse anche dal pozzo ottagonale interno.
L'abbondanza di finestre faceva sì ché la gran sala fosse allietata da una luce continua e diffusa, anche se si era in un pomeriggio d'inverno. Le vetrate non erano colorate come quelle delle chiese, e i piombi di riunione fissavano riquadri di vetro incolore, perché la luce entrasse nel modo più puro possibile, non modulata dall'arte umana, e servisse al suo scopo, che era di illuminare il lavoro della lettura e della scrittura. Vidi altre volte e in altri luoghi molti scriptoria, ma nessuno in cui così luminosamente rifulgesse, nelle colate di luce fisica che facevano risplendere l'ambiente, lo stesso principio spirituale che la luce incarna, la claritas, fonte di ogni bellezza e sapienza, attributo inscindibile di quella proporzione che la sala manifestava. Perché tre cose concorrono a creare la bellezza: anzitutto l'integrità o perfezione, e per questo reputiamo brutte le cose incomplete; poi la debita proporzione ovvero la consonanza; e infine la clarità e la luce, e infatti chiamiamo belle le cose di colore nitido. E siccome la visione del bello comporta la pace, e per il nostro appetito è la stessa cosa acquetarsi nella pace, nel bene o nel bello, mi sentii pervaso di grande consolazione e pensai quanto dovesse essere piacevole lavorare in quel luogo.
Quale apparve ai miei occhi, in quell'ora meridiana, esso mi sembrò un gioioso opificio di sapienza. Vidi poi in seguito a San Gallo uno scriptorium di simili proporzioni, separato dalla biblioteca (in altri luoghi i monaci lavoravano nel luogo stesso dove erano custoditi i libri), ma non come questo bellamente disposto. Antiquarii, librarii, rubricatori e studiosi stavano seduti ciascuno al proprio tavolo, un tavolo sotto ciascuna delle finestre. E siccome le finestre erano quaranta (numero veramente perfetto dovuto alla decuplicazione del quadragono, come se i dieci comandamenti fossero stati magnificati dalle quattro virtù cardinali) quaranta monaci avrebbero potuto lavorare all'unisono, anche se in quel momento erano appena una trentina. Severino ci spiegò che i monaci che lavoravano allo scriptorium erano dispensati dagli uffici di terza, sesta e nona per non dover interrompere il loro lavoro nelle ore di luce, e arrestavano le loro attività solo al tramonto, per vespro.
I posti più luminosi erano riservati agli antiquarii, gli alluminatori più esperti, ai rubricatori e ai copisti. Ogni tavolo aveva tutto quanto servisse per miniare e copiare: corni da inchiostro, penne fini che alcuni monaci stavano affinando con un coltello sottile, pietrapomice per rendere liscia la pergamena, regoli per tracciare le linee su cui si sarebbe distesa la scrittura. Accanto a ogni scriba, o al culmine del piano inclinato di ogni tavolo, stava un leggio, su cui posava il codice da copiare, la pagina coperta da mascherine che inquadravano la linea che in quel momento veniva trascritta. E alcuni avevano inchiostri d'oro e di altri colori. Altri invece stavano solo leggendo libri, e trascrivevano appunti su loro privati quaderni o tavolette.
Non ebbi peraltro il tempo di osservare il loro lavoro, perché ci venne incontro il bibliotecario, che già sapevamo essere Malachia da Hildesheim. Il suo volto cercava di atteggiarsi a una espressione di benvenuto, ma non potei trattenermi dal fremere di fronte a una così singolare fisionomia. La sua figura era alta e, benché estremamente magra, le sue membra erano grandi e sgraziate. Come procedeva a grandi passi, avvolto nelle nere vesti dell'ordine, v'era qualcosa di inquietante nel suo aspetto. Il cappuccio, che venendo di fuori aveva ancora levato, gettava un'ombra sul pallore del suo volto e conferiva un non so che di doloroso ai suoi grandi occhi melanconici. Vi erano nella sua fisionomia come le tracce di molte passioni che la volontà aveva disciplinato ma che sembravano aver fissato quei lineamenti che ora avevano cessato di animare. Mestizia e severità predominavano nelle linee del suo volto e i suoi occhi erano così intensi che a un solo sguardo potevano penetrare il cuore di chi gli parlava, e leggergli i segreti pensieri, così che difficilmente si poteva tollerare la loro indagine e si era tentati di non incontrarli una seconda volta.
Il bibliotecario ci presentò a molti dei monaci che stavano in quel momento al lavoro. Di ciascuno Malachia ci disse anche il lavoro che stava compiendo e di tutti ammirai la profonda devozione al sapere e allo studio della parola divina. Conobbi così Venanzio da Salvemec, traduttore dal greco e dall'arabo, devoto di quell'Aristotele che certamente fu il più saggio di tutti gli uomini. Bencio da Upsala, un giovane monaco scandinavo che si occupava di retorica. Berengario da Arundel, l'aiuto del bibliotecario. Aymaro da Alessandria, che stava ricopiando opere che solo per pochi mesi sarebbero state in prestito alla biblioteca, e poi un gruppo di miniatori di vari paesi, Patrizio da Clonmacnois, Rabano da Toledo, Magnus da Iona, Waldo da Hereford.
L'elenco potrebbe certo continuare e nulla vi è di più meraviglioso dell'elenco, strumento di mirabili ipotiposi. Ma devo venire all'argomento delle nostre discussioni, dal quale emersero molte indicazioni utili per capire la sottile inquietudine che aleggiava tra i monaci, e un non so che di inespresso che gravava su tutti i loro discorsi.
Il mio maestro iniziò a discorrere con Malachia lodando la bellezza e l'operosità dello scriptorium e chiedendogli notizie sull'andamento del lavoro che ivi si compiva perché, disse con molta accortezza, aveva udito parlare ovunque di quella biblioteca e avrebbe voluto esaminare molti dei libri. Malachia gli spiegò quello che già l'Abate aveva detto, che il monaco chiedeva al bibliotecario l'opera da consultare e questi sarebbe andato a reperirla nella biblioteca superiore, se la richiesta fosse stata giusta e pia. Guglielmo domandò come poteva conoscere il nome dei libri custoditi negli armaria soprastanti, e Malachia gli mostrò, fissato da una catenella d'oro al suo tavolo, un voluminoso codice coperto di elenchi fittissimi.
Guglielmo infilò le mani nel saio, dove esso si apriva sul petto a formare una sacca, e ne trasse un oggetto che già gli avevo visto tra le mani, e sul volto, nel corso del viaggio. Era una forcella, costruita così da potere stare sul naso di un uomo (e meglio ancora sul suo, così prominente e aquilino) come un cavaliere sta in groppa al suo cavallo o come un uccello su un trespolo. E ai due lati della forcella, in modo da corrispondere agli occhi, si espandevano due cerchi ovali di metallo, che rinserravano due mandorle di vetro spesse come fondi di bicchiere. Con quelli sugli occhi Guglielmo, di preferenza, leggeva, e diceva di vedere meglio di quanto natura lo avesse dotato, o di quanto l'età sua avanzata, specie quando declinava la luce del giorno, gli consentisse. Né gli servivano per vedere da lontano, che anzi aveva l'occhio acutissimo, ma per vedere da vicino. Con quelli egli poteva leggere manoscritti vergati in lettere sottilissime, che quasi faticavo anch'io a decifrare. Mi aveva spiegato che, giunto che fosse l'uomo oltre la metà della vita, anche se la sua vista era stata sempre ottima, l'occhio si induriva e riluttava ad adattar la pupilla, così che molti sapienti erano come morti alla lettura e alla scrittura dopo la loro cinquantesima primavera. Grave iattura per uomini che avrebbero potuto dare il meglio della loro intelligenza per molti anni ancora. Per cui si doveva lodare il Signore che qualcuno avesse scoperto e fabbricato quello strumento. E me lo diceva per sostenere le idee del suo Ruggiero Bacone, quando diceva che lo scopo della sapienza era anche prolungare la vita umana.
Gli altri monaci guardarono Guglielmo con molta curiosità, ma non ardirono porgli domande. E io mi avvidi che, anche in un luogo così gelosamente e orgogliosamente dedicato alla lettura e alla scrittura, quel mirabile strumento non era ancora penetrato. E mi sentii fiero di essere al seguito di un uomo che aveva qualcosa con cui stupire altri uomini famosi nel mondo per la loro saggezza.
Con quegli oggetti sugli occhi, Guglielmo si chinò sugli elenchi stilati nel codice. Guardai anch'io, e scoprimmo titoli di libri mai uditi, e altri di celeberrimi, che la biblioteca possedeva.
“De pentagono Salomonis, Ars loquendi et intelligendi in lingua hebraica, De rebus metallicis di Ruggero da Hereford, Algebra di AlKuwarizmi, resa in latino da Roberto Anglico, le Puniche di Silio Italico, i Gesta francorum, De laudibus sanctae crucis di Rabano Mauro, e Flavii Claudii Giordani de aetate mundi et hominis reservatis singulis litteris per singulos libros ab A usque ad Z,” lesse il mio maestro. “Splendide opere. Ma in che ordine sono registrate?” Citò da un testo che non conoscevo ma che era certo familiare a Malachia: ««Habeat Librarius et registrum omnium librorum ordinatum secundum facultates et auctores, reponeatque eos separatim et ordinate cum signaturis per scripturam applicatis.» Come fate a conoscere il luogo di ciascun libro?»
Malachia gli mostrò delle annotazioni che fiancheggiavano ciascun titolo. Lessi: iii, IV gradus, V in prima graecorum; ii, V gradus, VII in tertia anglorum, e così via. Capii che il primo numero indicava la posizione del libro nello scaffale o gradus, indicato dal secondo numero, l'armadio essendo indicato dal terzo numero, e capii pure che le altre espressioni designavano una stanza o corridoio della biblioteca, e ardii chiedere maggiori notizie su queste ultime distinctiones. Malachia mi guardò severamente: “Forse non sapete, o avete dimenticato, che l'accesso alla biblioteca è consentito solo al bibliotecario. E dunque è giusto e sufficiente che solo il bibliotecario sappia decifrare queste cose.”
“Ma in che ordine sono riportati i libri in questo elenco?” chiese Guglielmo. “Non per argomenti, mi pare.” Non accennò a un ordine per autori che seguisse la stessa sequenza delle lettere dell'alfabeto, perché è accorgimento che ho visto messo in opera solo negli ultimi anni, e allora si usava poco.
“La biblioteca affonda la sua origine nel profondo dei tempi,” disse Malachia, “e i libri sono registrati secondo l'ordine delle acquisizioni, delle donazioni, del loro ingresso nelle nostre mura.”
“Difficili da trovare,” osservò Guglielmo.
“Basta che il bibliotecario li conosca a memoria e sappia per ogni libro il tempo in cui arrivò. Quanto agli altri monaci possono fidarsi della sua memoria,” e pareva parlasse di un altro che non fosse lui stesso; e compresi che egli parlava della funzione che in quel momento indegnamente ricopriva, ma che era stata ricoperta da cento altri, ormai scomparsi, che si erano tramandati l'un l'altro il loro sapere.
“Ho capito,” disse Guglielmo. “Se io dunque cercassi qualcosa, senza sapere cosa, sul pentagono di Salomone, voi sapreste indicarmi che esiste il libro di cui ho appena letto il titolo, e potreste individuarne la posizione al piano superiore.”
“Se voi doveste veramente apprendere qualcosa sul pentagono di Salomone,” disse Malachia. “Ma ecco un libro per darvi il quale preferirei prima chiedere il consiglio dell'Abate.”
“Ho saputo che uno dei vostri miniatori più valenti,” disse allora Guglielmo, “è scomparso di recente. L'Abate mi ha molto parlato della sua arte. Potrei vedere i codici che miniava?”
“Adelmo da Otranto,” disse Malachia guardando Guglielmo con diffidenza, “lavorava, a causa della sua giovane età, solo sui marginalia. Aveva una immaginazione molto vivace e da cose note sapeva comporre cose ignote e sorprendenti, come chi unisse un corpo umano a una cervice equina. Ma ecco laggiù i suoi libri. Nessuno ha ancora toccato il suo tavolo.”
Ci appressammo a quello che era stato il posto di lavoro di Adelmo, dove giacevano ancora i fogli di un salterio riccamente miniati. Erano folia di vellum finissimo - regina tra le pergamene - e l'ultimo era ancora fissato al tavolo. Appena sfregato con pietrapomice e ammorbidito col gesso, era stato reso liscio con la plana e, dai minuscoli fori prodotti ai lati con uno stilo sottile, erano state tracciate tutte le linee che dovevano guidare la mano dell'artista. La prima metà era stata già ricoperta di scrittura e il monaco aveva iniziato ad abbozzarvi le figure ai margini. Già finiti erano invece gli altri fogli, e guardandoli né io né Guglielmo riuscimmo a trattenere un grido di ammirazione. Si trattava di un salterio ai margini del quale si delineava un mondo rovesciato rispetto a quello cui ci hanno abituati i nostri sensi. Come se al limine di un discorso che per definizione è il discorso della verità, si svolgesse profondamente legato a quello, per mirabili allusioni in aenigmate, un discorso menzognero su un universo posto a testa in giù, dove i cani fuggono davanti alla lepre e i cervi cacciano il leone. Piccole teste a zampa d'uccello, animali con mani umane sulle terga, teste chiomate dalle quali spuntavano piedi, dragoni zebrati, quadrupedi dal collo serpentino che si allacciava in mille nodi inestricabili, scimmie dalle corna cervine, sirene a forma di volatile con ali membranose sul dorso, uomini senza braccia con altri corpi umani che spuntavano loro sulla schiena a mo' di gobba, e figure con la bocca dentata sul ventre, umani con la testa equina ed equini con gambe umane, pesci con ali d'uccello e uccelli con coda di pesce, mostri a corpo unico e doppia testa o testa unica e corpo doppio, vacche a coda di gallo dalle ali di farfalla, donne dal capo squamato come il dorso di un pesce, chimere bicefale interallacciate con libellule dal muso di lucertola, centauri, dragoni, elefanti, manticore, sciapodi sdraiati su rami d'albero, grifoni dalla cui coda si generava un arciere in assetto di guerra, creature diaboliche dal collo senza fine, sequenze di animali antropomorfi e di nani zoomorfi si associavano, talora sulla stessa pagina, a scene di vita campestre dove vedevi rappresentata, con vivacità impressionante, sì che avresti creduto che le figure fossero vive, tutta la vita dei campi, aratori, raccoglitori di frutti, mietitori, filatrici, seminatori accanto a volpi e faine armate di balestre che scalavano una città turrita difesa da scimmie. Qua una lettera iniziale si piegava a L e nella parte inferiore generava un dragone, là una grande V che dava inizio alla parola “verba” produceva come naturale viticchio del suo tronco una serpe dalle mille volute, a sua volta generante altre serpi quali pampini e corimbi.
Accanto al salterio v'era, evidentemente terminato da poco, uno squisito libro d'ore, dalle dimensioni incredibilmente piccole, sì che avresti potuto tenerlo nel palmo della mano. Esigua la scrittura, le miniature marginali erano a malapena visibili a prima vista e chiedevano che l'occhio le esaminasse da vicino per apparire in tutta la loro bellezza (e ti chiedevi con quale strumento sovrumano il miniatore le avesse tracciate per ottenere effetti di tanta vivacità in uno spazio così ridotto). Gli interi margini del libro erano invasi da minuscole figure che si generavano, quasi per naturale espansione, dalle volute terminali delle lettere splendidamente tracciate: sirene marine, cervi in fuga, chimere, torsi umani senza braccia che fuoriuscivano come lombrichi dal corpo stesso dei versetti. In un punto, quasi a continuare i tre “Sanctus Sanctus, Sanctus” ripetuti su tre linee diverse, vedevi tre figure belluine dalle teste umane, di cui due si piegavano l'una verso il basso e l'altra verso l'alto per unirsi in un bacio che non avresti esitato a definire inverecondo se non fossi stato persuaso che, anche se non perspicuo, un profondo significato spirituale doveva certamente giustificare quella raffigurazione in quel punto.
Io seguivo quelle pagine combattuto tra l'ammirazione muta e il riso, perché le figure inclinavano necessariamente all'ilarità, benché commentassero pagine sante. E frate Guglielmo le esaminava sorridendo, e commentò: “Babewyn, così li chiamano nelle mie isole.”
“Babouins, come li chiamano nelle Gallie,” disse Malachia. “E infatti Adelmo ha appreso la sua arte nel vostro paese, benché dopo abbia studiato anche in Francia. Babbuini, ovvero scimmie dell'Africa. Figure di un mondo rovesciato, dove le case sorgono sulla punta di una guglia e la terra sta sopra il cielo.”
Io mi ricordai di alcuni versi che avevo udito nel vernacolo delle mie terre e non potei trattenermi dal pronunciarli:
Aller Wnder si geswigen,
das herde himel hât überstigen,
daz sult is vür ein Wunder Wigen.
E Malachia continuò, citando dallo stesso testo:
Erd ob un himel unter
das sult ir hân besunder
Vür aller Wunder ein Wunder.
“Bravo Adso,” continuò il bibliotecario, “effettivamente queste immagini ci parlano di quella regione dove si arriva cavalcando un'oca blu, dove si trovano sparvieri che pescano dei pesci in un ruscello, orsi che inseguono falconi nel cielo, gamberi che volano con le colombe e tre giganti presi in trappola e morsicati da un gallo.”
E un pallido sorriso illuminò le sue labbra. Allora gli altri monaci, che avevano seguito la conversazione con una certa timidezza, si misero a ridere di cuore, come se avessero atteso il consenso del bibliotecario. Il quale si rabbuiò, mentre gli altri seguitavano a ridere, lodando l'abilità del povero Adelmo e indicandosi l'un l'altro le figure più inverosimili. E fu mentre tutti ancora ridevano che udimmo alle nostre spalle una voce, solenne e severa.
“Verba vana aut risui apta non loqui.”
Ci voltammo. Chi aveva parlato era un monaco curvo per il peso degli anni, bianco come la neve, non dico solo il pelo, ma pure il viso, e le pupille. Mi avvidi che era cieco. La voce era ancora maestosa e le membra possenti anche se il corpo era rattrappito dal peso dell'età. Ci fissava come se ci vedesse, e sempre anche in seguito lo vidi muoversi e parlare come se possedesse ancora il bene della vista. Ma il tono della voce era invece di chi possieda solo il dono della profezia.
“L'uomo venerando d'età e sapienza che vedete,” disse Malachia a Guglielmo indicandogli il nuovo venuto, “è Jorge da Burgos. Più vecchio di chiunque viva nel monastero, salvo Alinardo da Grottaferrata, egli è colui a cui moltissimi tra i monaci affidano il carico dei loro peccati nel segreto della confessione.” Poi, volgendosi al vegliardo: “Quello che sta davanti a voi è frate Guglielmo da Baskerville, nostro ospite.”
“Spero che non vi siate adirato per le mie parole,” disse il vecchio in tono brusco. “Ho udito persone che ridevano su cose risibili e ho ricordato loro uno dei principi della nostra regola. E come dice il salmista, se il monaco si deve astenere dai discorsi
buoni per il voto di silenzio, a quanto maggior ragione deve sottrarsi ai discorsi cattivi. E come ci sono discorsi cattivi ci sono immagini cattive. E sono quelle che mentono circa la forma della creazione e mostrano il mondo al contrario di ciò che deve essere, è sempre stato e sempre sarà nei secoli dei secoli sino alla consunzione dei tempi. Ma voi venite da altro ordine, dove mi dicono è vista con indulgenza anche la giocondità più inopportuna.” Alludeva a quanto tra i benedettini si diceva delle bizzarrie di santo Francesco di Assisi e forse anche delle bizzarrie attribuite a fraticelli e spirituali d'ogni sorta, che dell'ordine francescano erano i più recenti e imbarazzanti germogli. Ma frate Guglielmo fece mostra di non raccogliere l'insinuazione.
“Le immagini marginali inducono sovente al sorriso, ma per fini di edificazione,” rispose. “Come nei sermoni per toccare l'immaginazione delle pie folle occorre inserire exempla, non di rado faceti, così anche il discorso delle immagini deve indulgere a queste nugae. Per ogni virtù e per ogni peccato c'è un esempio tratto dai bestiari, e gli animali si fanno figura del mondo umano.”
“Oh sì,” motteggiò il vecchio, ma senza sorridere, “ogni immagine è buona per invogliare alla virtù, perché il capolavoro della creazione, messo a capo in giù, diventi materia di riso. E così la parola di Dio si manifesta attraverso l'asino che suona la lira, l'allocco che ara con lo scudo, i buoi che si attaccano da soli all'aratro, i fiumi che risalgono le correnti, il mare che s'incendia, il lupo che si fa eremita! Cacciate la lepre col bue, fatevi insegnar grammatica dalle civette, che i cani morsichino le pulci, gli orbi guardino i muti e i muti domandino pane, la formica partorisca un vitello, volino i polli arrosto, le focacce crescano sui tetti, i pappagalli tengano lezione di retorica, le galline fecondino i galli, mettete il carro avanti i buoi, fate dormire il cane nel letto e tutti camminino a testa in giù! Cosa vogliono tutte queste nugae? Un mondo inverso e opposto a quello stabilito da Dio, sotto pretesto di insegnare i precetti divini!”
“Ma l'Areopagita insegna,” disse umilmente Guglielmo, “che Dio può essere nominato solo attraverso le cose più difformi. E Ugo di San Vittore ci ricordava che quanto più la similitudine si fa dissimile, tanto più la verità ci è rivelata sotto il velame di figure orribili e indecorose, tanto meno l'immaginazione si placa nel godimento carnale ed è obbligata a cogliere i misteri che si celano sotto la turpitudine delle immagini...”
“Conosco l'argomento! E ammetto con vergogna che è stato l'argomento principe del nostro ordine, quando gli abati cluniacensi si battevano contro i cistercensi. Ma san Bernardo aveva ragione: a poco a poco l'uomo che rappresenta mostri e portenti di natura per rivelare le cose di Dio per speculum et in aenigmate, prende gusto alla natura stessa delle mostruosità che crea e si diletta di quelle, e per quelle, né vede più che attraverso quelle. Basta che guardiate, voi che avete ancora la vista, ai capitelli del vostro chiostro,” e accennò con la mano fuori dalle finestre, verso la chiesa, “sotto gli occhi dei frati intenti alla meditazione, cosa significano quelle ridicole mostruosità, quelle deformi formosità e formose difformità? Quelle sordide scimmie? Quei leoni, quei centauri, quegli esseri semiumani, con la bocca sul ventre, un piede solo, le orecchie a vela? Quelle tigri maculate, quei guerrieri in lotta, quei cacciatori che soffiano nel corno, e quei molti corpi in una sola testa e molte teste in un solo corpo? Quadrupedi con la coda di serpente, e pesci con la testa di quadrupede, e qui un animale che davanti pare un cavallo e dietro un caprone, e là un equino con le corna e via via, ormai è più piacevole per il monaco leggere i marmi che non i manoscritti, e ammirare le opere dell'uomo anziché meditare sulla legge di Dio. Vergogna, per il desiderio dei vostri occhi e per i vostri sorrisi!”
Il gran vecchio si fermò ansimando. E io ammirai la vivida memoria con cui, forse cieco da tanti anni, ancora rimemorava le immagini della cui turpitudine ci parlava. Tanto che sospettai che esse lo avessero molto sedotto quando le aveva viste, se sapeva descriverle ancora con tanta passione. Ma mi è sovente accaduto di trovare le rappresentazioni più seducenti del peccato proprio nelle pagine di quegli uomini di incorruttibile virtù che ne condannavano il fascino e gli effetti. Segno che questi uomini sono mossi da tale ardore di testimonianza della verità che non esitano, per amor di Dio, a conferire al male tutte le seducenze di cui si ammanta, per render meglio gli uomini edotti dei modi con cui il maligno li incanta. E di fatto le parole di Jorge mi stimolarono una gran voglia di vedere le tigri e le scimmie del chiostro, che non avevo ancora ammirato. Ma Jorge interruppe il corso dei miei pensieri perché riprese, con tono meno eccitato, a parlare.
“Nostro Signore non ha avuto bisogno di tante stoltezze per indicarci la retta via. Nulla nelle sue parabole muove al riso, o al timore. Adelmo invece, che ora piangete morto, godeva talmente delle mostruosità che miniava, che aveva perduto di vista le cose ultime di cui dovevano essere figura materiale. E ha percorso tutti, tutti dico,” e la sua voce si fece solenne e minacciosa, “i sentieri della mostruosità. Onde Dio sa punire.”
Scese un pesante silenzio sui presenti. Ardì di romperlo Venanzio da Salvemec.
“Venerabile Jorge,” disse, “la vostra virtù vi rende ingiusto. Due giorni prima che Adelmo morisse voi eravate presente a un dotto dibattito che ebbe luogo proprio qui nello scriptorium. Adelmo si preoccupava che l'arte sua, indulgendo a rappresentazioni bizzarre e fantastiche, fosse tuttavia intesa alla gloria di Dio, strumento di conoscenza delle cose celesti. Frate Guglielmo citava poco fa l'Areopagita, sulla conoscenza per difformità. E Adelmo citò quel giorno un'altra altissima autorità, quella del dottore d'Aquino, quando disse che conviene che le cose divine siano esposte più in figura di corpi vili che in figura di corpi nobili. Prima perché è più facilmente liberato l'animo umano dall'errore; è chiaro infatti che certe proprietà non possono essere attribuite alle cose divine, ciò che sarebbe dubbio se queste fossero indicate con figure di nobili cose corporee. In secondo luogo perché questo modo rappresentativo più si conviene alla conoscenza che di Dio abbiamo su questa terra: egli ci si manifesta infatti più in quello che non è che in quello che è, e perciò le similitudini di quelle cose che più si allontanano da Dio ci portano a una più esatta opinione di lui, perché così sappiamo che egli è al di sopra di ciò che diciamo e pensiamo. E in terzo luogo perché così sono meglio celate le cose di Dio alle persone indegne. Insomma, si trattava quel giorno di capire in che modo si possa scoprire la verità attraverso espressioni sorprendenti, e argute, ed enigmatiche. E io gli ricordai che nell'opera del grande Aristotele avevo trovato parole assai chiare a questo riguardo...”
“Non ricordo,” interruppe seccamente Jorge, “sono molto vecchio. Non ricordo. Posso avere ecceduto in severità. Ora è tardi, debbo andare.”
“E' strano che non ricordiate,” insistette Venanzio, “fu una dotta e bellissima discussione, in cui intervennero anche Bencio e Berengario. Si trattava di sapere infatti se le metafore, e i giochi di parole, e gli enigmi, che pure paiono immaginati dai poeti per puro diletto, non inducano a speculare sulle cose in modo nuovo e sorprendente, e io dicevo che anche questa è una virtù che si richiede al saggio... E c'era anche Malachia...”
“Se il venerabile Jorge non ricorda, abbi rispetto per la sua età e per la stanchezza della sua mente... peraltro sempre così viva,” intervenne qualcuno dei monaci che seguivano la discussione. La frase era stata pronunziata in modo agitato, almeno all'inizio, perché chi aveva parlato, accorgendosi che per invitare al rispetto del vecchio, di fatto ne metteva in luce una debolezza, aveva poi rallentato l'impeto del proprio intervento, finendo quasi in un sussurro di scusa. A parlare era stato Berengario da Arundel, l'aiuto bibliotecario. Era un giovane dal volto pallido, e osservandolo mi ricordai della definizione che Ubertino aveva dato di Adelmo: i suoi occhi parevano quelli di una donna lasciva. Intimidito dagli sguardi di tutti che ora si posavano su di lui, teneva le dita delle mani allacciate come chi voglia reprimere un'interna tensione.
Singolare fu la reazione di Venanzio. Guardò Berengario in modo tale che quello abbassò gli occhi: “Va bene fratello,” disse, “se la memoria è un dono di Dio anche la capacità di dimenticare può essere molto buona, e va rispettata. Ma la rispetto nell'anziano confratello a cui parlavo. Da te mi attendevo un ricordo più vivo intorno alle cose accadute quando stavamo qui, insieme con un tuo carissimo amico...”
Non potrei dire se Venanzio avesse calcato il tono sulla parola “carissimo”. Sta di fatto che avvertii un'atmosfera di imbarazzo tra gli astanti. Ciascuno volgeva l'occhio da una parte diversa e nessuno lo dirigeva su Berengario, che era arrossito violentemente. Intervenne subito Malachia, con autorità: “Venite, frate Guglielmo,” disse, “vi mostrerò altri libri interessanti.”
Il gruppo si sciolse. Scorsi Berengario lanciare a Venanzio uno sguardo carico di rancore, e Venanzio rispondergli del pari, con muta sfida. Io, vedendo che il vecchio Jorge si stava allontanando, mosso da un senso di rispettosa reverenza, mi chinai a baciargli la mano. Il vecchio ricevette il bacio, posò la mano sul mio capo e domandò chi fossi. Quando gli dissi il mio nome il suo volto si rischiarò.
“Porti un nome grande e bellissimo,” disse. “Sai chi fu Adso da Montier-en-Der?” domandò. Io, lo confesso, non lo sapevo. Così Jorge soggiunse: “Fu l'autore di un libro grande e tremendo, il Libellus de Antichristo, in cui egli vide cose che sarebbero accadute, e non fu ascoltato abbastanza.”
“Il libro fu scritto prima del millennio,” disse Guglielmo, “e quelle cose non si sono avverate...”
“Per chi non ha occhi per vedere,” disse il cieco. “Le vie dell'Anticristo sono lente e tortuose. Egli arriva quando noi non lo prevediamo, e non perché il calcolo suggerito dall'apostolo fosse errato, ma perché noi non ne abbiamo appreso l'arte.” Poi gridò, ad altissima voce, il volto verso la sala, facendo rimbombare le volte dello scriptorium: “Egli sta venendo! Non perdete gli ultimi giorni ridendo sui mostriciattoli dalla pelle maculata e dalla coda ritorta! Non dissipate gli ultimi sette giorni!”